1970, la Costituzione entra(va) nelle fabbriche. E oggi?

Nel maggio 1970 si conclude l’iter che consente l’approvazione della Legge 300, recante «norme sulla tutela della libertà e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento».

La fonte normativa più importante per regolare i rapporti di potere e le dignità nel contesto dei luoghi di lavoro dopo la Costituzione. Uno splendido cinquantenne, come riportato da Federico Martelloni in un bell’articolo odierno per Jacobin Italia. Frutto di lotte sociali e duro confronto politico, oggetto di prima suggestione nel 1952 con Giuseppe Di Vittorio nel congresso della CGIL, il dispositivo attua in modo pieno l’articolo 1 della Costituzione repubblicana.

Manifestazione intersindacale per lo statuto dei lavoratori.

Cosa significa ricordare questa data in piena pandemia, con l’art. 18 pressoché cancellato, con cospicui pezzi di Jobs Act ancora in vigore e decenni di precarizzazione delle dignità e dei diritti delle lavoratrici e dei lavoratori? Significa rammentare due cose, a mio parere.
1. Non si esce mai dalle crisi che ri-ordinano i sistemi sociali, politici ed economici in modo indolore, ma sempre con risultati frutti di rapporti di forza in continuo movimento; bisogna quindi stare nel proprio tempo con la capacità di leggere i bisogni materiali di oggi e anticipare quelli di domani, provando a capire verso quale quale ristrutturazione socio-politica – e in quale progetto generale di società – andare, senza infingimenti e con la massima lucidità; questo va fatto oggi.
2. Certi risultati oggi celebrati – pur dopo tanti e riusciti tentativi di svuotamento/snaturamento – sono la conseguenza dell’impegno di pezzi di società, del dissenso organizzato di movimenti di classe, della straordinaria contestazione giovanile di fine anni Sessanta, della capacità alta di compromesso di alcuni gruppi dirigenti (la DC di Piccoli, Moro, Rumor nel “secondo centro-sinistra”); era l’apice della costruzione possibile di quel “Paese mancato” di cui hanno scritto Guido Crainz e Michele Salvati, cui tuttavia non bisogna guardare con acritica nostalgia o astorici scrollamenti di spalle, ma col senso pieno e completo che le tappe necessarie per la costruzione di una società più giusta, a misura di persona umana, prevedono rotture, compromessi, avanzate.


Auguri – a tutte e tutti noi, per tornare a dare vita allo spirito costituzionale di questo “splendido cinquantenne”!

PS. Aggiungo giusto un ricordo sul versante delle lotte sociali del passato, giusto per capire che non era proprio un giochetto: