Alla finestra

Pare che nel 1905 Henri Matisse abbia dipinto per l’ennesima volta una finestra aperta. Guardava il Mediterraneo da Collioure, nella Francia meridionale, area dei Pirenei orientali, vicino al confine con la Spagna.

Henri Matisse, Finestra aperta, 1905

Il porto, le barche.

Visti dalla finestra dell’albergo, da un artista non ancora quarantenne, colpito dai post-impressionisti e dall’arte giapponese, da quel Gustave Moreau che divenne capofila dei Fauves, le bestie. Pittori che non guardavano alle forme, ma a colori selvaggi, vivi, senza prospettiva per le figure.

La natura, per loro, era una rete di segni ed immagini vive, da tradurre in espressioni senza contorno.

Quelle poche volte che in vita mia ho dipinto qualcosa – giuro, pare sia successo – ho sempre avuto uno ed un solo pensiero. Pessimo, col senno di poi. Le linee. Le forme. Quando ero piccolo, in particolare, marcavo i contorni prima ancora di pensare alla tonalità del coloro da buttarci su. Solo gradualmente ho imparato a sfumare i contorni, a non delimitare geometricamente le aree. Perché la realtà è dinamica e neanche un’immagine su tela ha diritto di vedersi delimitata da una rete fitta, magari perfetta dal punto di vista di una raffigurazione naturale.

Ho appreso il gusto per i colori (colpa di mia madre, ogni tanto dipinge, e pure bene!) solo col tempo. Per carattere, per psiche, per approccio, per timidezza. So una sega io…

Quando ho saputo stamattina dal Tirreno che sto alla finestra a guardare – con Simonetta Ghezzani, nella foto (e vi guardiamo anche bene, oh) – confesso di aver avuto un (anzi, il solito..) moto di stizza. E che cavolo! Fai politica e neanche il pregio di una sfumatura ma lo spregio di una presa per…

Poi ci ho ripensato. Dai, ma in fondo. Pensiamo al contesto.

Nel mondo ci si affida a Kim-Jong Un e Xi Jinping affinché non esploda un conflitto nucleare e le Coree possano trasformare un armistizio in trattato di pace.

La cosa più a sinistra emersa nel dibattito pubblico nazionale è l’incontro con Luciana Castellina e mons. Matteo Zuppi avvenuto al TPO di Bologna – non esattamente la sagrestia dove organizzavo i turni per i chierichetti una dozzina d’anni fa… – con cui è stato presentato il bel libro “Terra, casa, lavoro” curato dal pisanissimo Alessandro Santagata.

Al momento non abbiamo un governo e la cosa più auspicabile – parlo a titolo personale – è che un esecutivo del Movimento 5 Stelle abbandoni le ambiguità del rapporto col fascioleghismo e della sua vocazione antipolitica per accogliere un programma di lotta alla disuguaglianza, con un atto di responsabilità da parte del Partito (liberal)Democratico.

In Europa permane sovrana un’impostazione neoliberale, trasversale ai conservatori e ai socialdemocratici, con la variante rottamatoria offerta da gente tipo Emmanuel Macron e Albert Rivera e al momento con la frammentazione delle proposte della sinistra antiausterità in Diem25, “documento di Lisbona” (Bloco de la Esquerda, France Insoumise, Podemos) e European Left.

Intendiamoci: esistono appelli incessanti dei corpi sociali (pisani, giusto per dare un’idea generale attraverso il particolare del dibattito cittadino) verso la politica. Esiste una presa di parola invocata da più parti e cui l’unica risposta offerta sinora, sul nostro territorio, è una telenovela di bassa qualità su continuità vs discontinuità in cui non è chiaro quali siano i contenuti di senso e la visione generale della città.

Proprio per questo, come Sinistra Italiana, abbiamo provato a mettere il che cosa al posto del con chi, attraverso il manifesto Per una Pisa solidale che abbiamo diffuso in una prima versione e con cui individuiamo alcune priorità alla città e alle forze politiche. Provando a trasmettere il quid col quale diamo un senso al fare attività pubblica in città, quale che sia l’interlocutore. Allo stesso tempo abbiamo individuato un campo: quello dell’alternativa ai tre poli, quello della lotta alle disuguaglianze su cui lucrano i dispensatori di paura. Lo abbiamo fatto consapevoli che nel nostro curriculum tortuoso figurano sia la compartecipazione alla coalizione Diritti in Comune sin da marzo 2017 sia la richiesta ai cittadini di votare e far votare Liberi e Uguali. Lo abbiamo fatto consci delle contraddizioni di ogni esperienza e della difficoltà di farci portatori di un interesse generale, articolato su due priorità: il bisogno di un programma minimo comune per il cambiamento per Pisa; il bisogno che la nostra città non si rivolga alla destra a trazione leghista.

Se stare alla finestra, insomma, significa guardare a vuoto e aspettare col cero in mano, mi sembra che non siamo a quel livello.

Se stare alla finestra, invece, significa cogliere quell’orizzonte generale, con annesse contraddizioni e sfumature, che non puoi aver presente se ti barrichi tra le quattro mura della tua sicura cameretta, allora rivendico la finestra. E rischio, mettendo nuovamente a disposizione tempi di vita e agenda (come tante e tanti, per fortuna) affinché ci possa essere la più ampia condivisione possibile di un progetto comune. Abbiamo detto, ieri, di essere consapevoli di rivolgerci ad un mondo più ampio di noi: persone che, incazzate nere, hanno votato 5 Stelle (se non proprio Lega); persone che, deluse dalla mancanza di credibilità, si sono rivolte a Potere al Popolo; elettori di LEU provenienti di diversi mondi e con varie biografie; attivisti di forze civiche, come a Pisa. Tener conto di questo pluralismo, rispettarlo per rafforzare un’opzione politica ritengo possa essere l’unica chiave di lettura affinché non prevalga il mero chiunque purché non i barbari leghisti. Dato che ormai (1) i barbari non sono più solo i Ceccardi-boys, ma parlamentari che rappresentano (nel segno della diseguaglianza e dell’incentivo alla guerra dei penultimi contro gli ultimi) segmenti sociali che la sinistra non tiene neanche in conto e (2) chiunque significa che tutti i gatti son bigi e non serve più la qualità di una proposta politica, ma un clic per dire procontro.

Vogliamo compiere ogni tentativo possibile in questo senso, disponibili a rimetterci anche un ulteriore frammento di cuore.

Volta la carta

Ci sono circostanze al limite del paradossale o dell’inspiegabile.

In un appello sottoscritto negli ultimi giorni da Vannino Chiti, Claudio Martini ed Enrico Rossi, gli ex e l’attuale presidente della Regione #Toscana prendono parola sulla disfatta storica del 4 marzo. Nulla da eccepire sulla legittimità del gesto, ci mancherebbe.
Ci sono però due passaggi del documento che, fra gli altri, trovo fuori dal mondo.

“È necessario ascoltare le domande che vengono dai cittadini”
Per quello che mi è dato sapere, il 4 marzo i cittadini hanno dato un sonoro ceffone ad una classe dirigente ben individuata e che comprende pezzi consistenti della sinistra storica di questo Paese. “Tu chiamala se vuoi rottamazione?” Chiamala come ti pare, ma la parte più ampia del Paese esige una rottura concreta e persone capaci di rappresentarla. I tre nella foto tutto mi sembrano fuorché capaci di questo.

Nel pieno rispetto della vostra biografia e di ciò che avete portato ad una vicenda politica e culturale: anche basta.

“Abbiamo molti punti condivisi fra noi”.

È passato poco più di un mese dalle elezioni politiche. C’eravamo detti che ci si poneva come alternativa ai tre poli in campo, non come supplenti di una forza politica a temporaneo timone Renzi. Dove sarebbero questi punti condivisi? Lo smantellamento del Jobs Act? La diminuzione delle ore lavorative settimanali? Lo stop al consumo di suolo? Una discussione sui trattati europei e sul ruolo oltre che sugli strumenti democratici della sovranità comunitaria rispetto a quella nazionale?
Cosa è successo in questi mesi, dormivano?

La dico così. Se qualcuno vuole fare “il partito del lavoro” senza il voto e il consenso dei lavoratori ma per negoziare una nuova coalizione “contro i populisti e le destre conservatrici”, abbia il coraggio di portare questa legittima discussione nel campo naturale, ossia quello del Partito Democratico. È più rispettoso di quella comunità, banalmente.
Credo piuttosto sia necessario costruire la “sezione italiana” di quella sinistra popolare e antiliberista europea che ha già alcuni validi presidi, talvolta in condizione di diffidenza reciproca, ma che va seriamente messa in campo come piattaforma e come progetto, dandosi come obiettivo le elezioni europee. Diem25 è un tentativo che si pone in questa prospettiva: verifichiamo la sua capacità di apertura. European Left ha rifiutato la sciocca proposta di JLM di cacciare Syriza dal movimento europeo: bene così, ma quale piattaforma si vuole mettere in campo per fornire una rappresentanza ai mille rivoli delle lotte politiche e sociali all’austerità? La presidenza di EL ha lanciato una Call for Unity che credo vada letta con molta lucidità. Dalla Francia è emersa la prospettiva neogiacobina continentale dell’Europe Insoumise: parliamone!

Per quanto riguarda noi, sui territori, attraversiamo piuttosto gli appuntamenti elettorali da questo momento in poi con radicalità e coerenza, mettendoci la faccia con la massima onestà e scegliendo in modo intelligente il campo dell’alternativa.

Chiti, Martini, Rossi rappresentano un pezzo di storia politica del nostro territorio. Lo rispetto. C’è stato un tempo in cui potevo pure condividere la loro prospettiva.

Dopodiché, è il caso di voltare pagina.

Fatevi una bella conferenza nazionale, in quel di Firenze, se volete correggere la rotta del centrosinistra. O, come fa il Danti in un modo che non condivido ma che seriamente apprezzo per la schiettezza e la capacità di porre contraddizioni, chiedete le primarie e battetevi a viso aperto, nella relazione con le persone e su un contenuto di senso davvero chiaro. Non è la mia strada ma la rispetto cordialmente.
Sul serio: fate (anzi, facciamo tutte e tutti, ciascuno a modo suo) buon viaggio.