Alla finestra

Pare che nel 1905 Henri Matisse abbia dipinto per l’ennesima volta una finestra aperta. Guardava il Mediterraneo da Collioure, nella Francia meridionale, area dei Pirenei orientali, vicino al confine con la Spagna.

Henri Matisse, Finestra aperta, 1905

Il porto, le barche.

Visti dalla finestra dell’albergo, da un artista non ancora quarantenne, colpito dai post-impressionisti e dall’arte giapponese, da quel Gustave Moreau che divenne capofila dei Fauves, le bestie. Pittori che non guardavano alle forme, ma a colori selvaggi, vivi, senza prospettiva per le figure.

La natura, per loro, era una rete di segni ed immagini vive, da tradurre in espressioni senza contorno.

Quelle poche volte che in vita mia ho dipinto qualcosa – giuro, pare sia successo – ho sempre avuto uno ed un solo pensiero. Pessimo, col senno di poi. Le linee. Le forme. Quando ero piccolo, in particolare, marcavo i contorni prima ancora di pensare alla tonalità del coloro da buttarci su. Solo gradualmente ho imparato a sfumare i contorni, a non delimitare geometricamente le aree. Perché la realtà è dinamica e neanche un’immagine su tela ha diritto di vedersi delimitata da una rete fitta, magari perfetta dal punto di vista di una raffigurazione naturale.

Ho appreso il gusto per i colori (colpa di mia madre, ogni tanto dipinge, e pure bene!) solo col tempo. Per carattere, per psiche, per approccio, per timidezza. So una sega io…

Quando ho saputo stamattina dal Tirreno che sto alla finestra a guardare – con Simonetta Ghezzani, nella foto (e vi guardiamo anche bene, oh) – confesso di aver avuto un (anzi, il solito..) moto di stizza. E che cavolo! Fai politica e neanche il pregio di una sfumatura ma lo spregio di una presa per…

Poi ci ho ripensato. Dai, ma in fondo. Pensiamo al contesto.

Nel mondo ci si affida a Kim-Jong Un e Xi Jinping affinché non esploda un conflitto nucleare e le Coree possano trasformare un armistizio in trattato di pace.

La cosa più a sinistra emersa nel dibattito pubblico nazionale è l’incontro con Luciana Castellina e mons. Matteo Zuppi avvenuto al TPO di Bologna – non esattamente la sagrestia dove organizzavo i turni per i chierichetti una dozzina d’anni fa… – con cui è stato presentato il bel libro “Terra, casa, lavoro” curato dal pisanissimo Alessandro Santagata.

Al momento non abbiamo un governo e la cosa più auspicabile – parlo a titolo personale – è che un esecutivo del Movimento 5 Stelle abbandoni le ambiguità del rapporto col fascioleghismo e della sua vocazione antipolitica per accogliere un programma di lotta alla disuguaglianza, con un atto di responsabilità da parte del Partito (liberal)Democratico.

In Europa permane sovrana un’impostazione neoliberale, trasversale ai conservatori e ai socialdemocratici, con la variante rottamatoria offerta da gente tipo Emmanuel Macron e Albert Rivera e al momento con la frammentazione delle proposte della sinistra antiausterità in Diem25, “documento di Lisbona” (Bloco de la Esquerda, France Insoumise, Podemos) e European Left.

Intendiamoci: esistono appelli incessanti dei corpi sociali (pisani, giusto per dare un’idea generale attraverso il particolare del dibattito cittadino) verso la politica. Esiste una presa di parola invocata da più parti e cui l’unica risposta offerta sinora, sul nostro territorio, è una telenovela di bassa qualità su continuità vs discontinuità in cui non è chiaro quali siano i contenuti di senso e la visione generale della città.

Proprio per questo, come Sinistra Italiana, abbiamo provato a mettere il che cosa al posto del con chi, attraverso il manifesto Per una Pisa solidale che abbiamo diffuso in una prima versione e con cui individuiamo alcune priorità alla città e alle forze politiche. Provando a trasmettere il quid col quale diamo un senso al fare attività pubblica in città, quale che sia l’interlocutore. Allo stesso tempo abbiamo individuato un campo: quello dell’alternativa ai tre poli, quello della lotta alle disuguaglianze su cui lucrano i dispensatori di paura. Lo abbiamo fatto consapevoli che nel nostro curriculum tortuoso figurano sia la compartecipazione alla coalizione Diritti in Comune sin da marzo 2017 sia la richiesta ai cittadini di votare e far votare Liberi e Uguali. Lo abbiamo fatto consci delle contraddizioni di ogni esperienza e della difficoltà di farci portatori di un interesse generale, articolato su due priorità: il bisogno di un programma minimo comune per il cambiamento per Pisa; il bisogno che la nostra città non si rivolga alla destra a trazione leghista.

Se stare alla finestra, insomma, significa guardare a vuoto e aspettare col cero in mano, mi sembra che non siamo a quel livello.

Se stare alla finestra, invece, significa cogliere quell’orizzonte generale, con annesse contraddizioni e sfumature, che non puoi aver presente se ti barrichi tra le quattro mura della tua sicura cameretta, allora rivendico la finestra. E rischio, mettendo nuovamente a disposizione tempi di vita e agenda (come tante e tanti, per fortuna) affinché ci possa essere la più ampia condivisione possibile di un progetto comune. Abbiamo detto, ieri, di essere consapevoli di rivolgerci ad un mondo più ampio di noi: persone che, incazzate nere, hanno votato 5 Stelle (se non proprio Lega); persone che, deluse dalla mancanza di credibilità, si sono rivolte a Potere al Popolo; elettori di LEU provenienti di diversi mondi e con varie biografie; attivisti di forze civiche, come a Pisa. Tener conto di questo pluralismo, rispettarlo per rafforzare un’opzione politica ritengo possa essere l’unica chiave di lettura affinché non prevalga il mero chiunque purché non i barbari leghisti. Dato che ormai (1) i barbari non sono più solo i Ceccardi-boys, ma parlamentari che rappresentano (nel segno della diseguaglianza e dell’incentivo alla guerra dei penultimi contro gli ultimi) segmenti sociali che la sinistra non tiene neanche in conto e (2) chiunque significa che tutti i gatti son bigi e non serve più la qualità di una proposta politica, ma un clic per dire procontro.

Vogliamo compiere ogni tentativo possibile in questo senso, disponibili a rimetterci anche un ulteriore frammento di cuore.

Volta la carta

Ci sono circostanze al limite del paradossale o dell’inspiegabile.

In un appello sottoscritto negli ultimi giorni da Vannino Chiti, Claudio Martini ed Enrico Rossi, gli ex e l’attuale presidente della Regione #Toscana prendono parola sulla disfatta storica del 4 marzo. Nulla da eccepire sulla legittimità del gesto, ci mancherebbe.
Ci sono però due passaggi del documento che, fra gli altri, trovo fuori dal mondo.

“È necessario ascoltare le domande che vengono dai cittadini”
Per quello che mi è dato sapere, il 4 marzo i cittadini hanno dato un sonoro ceffone ad una classe dirigente ben individuata e che comprende pezzi consistenti della sinistra storica di questo Paese. “Tu chiamala se vuoi rottamazione?” Chiamala come ti pare, ma la parte più ampia del Paese esige una rottura concreta e persone capaci di rappresentarla. I tre nella foto tutto mi sembrano fuorché capaci di questo.

Nel pieno rispetto della vostra biografia e di ciò che avete portato ad una vicenda politica e culturale: anche basta.

“Abbiamo molti punti condivisi fra noi”.

È passato poco più di un mese dalle elezioni politiche. C’eravamo detti che ci si poneva come alternativa ai tre poli in campo, non come supplenti di una forza politica a temporaneo timone Renzi. Dove sarebbero questi punti condivisi? Lo smantellamento del Jobs Act? La diminuzione delle ore lavorative settimanali? Lo stop al consumo di suolo? Una discussione sui trattati europei e sul ruolo oltre che sugli strumenti democratici della sovranità comunitaria rispetto a quella nazionale?
Cosa è successo in questi mesi, dormivano?

La dico così. Se qualcuno vuole fare “il partito del lavoro” senza il voto e il consenso dei lavoratori ma per negoziare una nuova coalizione “contro i populisti e le destre conservatrici”, abbia il coraggio di portare questa legittima discussione nel campo naturale, ossia quello del Partito Democratico. È più rispettoso di quella comunità, banalmente.
Credo piuttosto sia necessario costruire la “sezione italiana” di quella sinistra popolare e antiliberista europea che ha già alcuni validi presidi, talvolta in condizione di diffidenza reciproca, ma che va seriamente messa in campo come piattaforma e come progetto, dandosi come obiettivo le elezioni europee. Diem25 è un tentativo che si pone in questa prospettiva: verifichiamo la sua capacità di apertura. European Left ha rifiutato la sciocca proposta di JLM di cacciare Syriza dal movimento europeo: bene così, ma quale piattaforma si vuole mettere in campo per fornire una rappresentanza ai mille rivoli delle lotte politiche e sociali all’austerità? La presidenza di EL ha lanciato una Call for Unity che credo vada letta con molta lucidità. Dalla Francia è emersa la prospettiva neogiacobina continentale dell’Europe Insoumise: parliamone!

Per quanto riguarda noi, sui territori, attraversiamo piuttosto gli appuntamenti elettorali da questo momento in poi con radicalità e coerenza, mettendoci la faccia con la massima onestà e scegliendo in modo intelligente il campo dell’alternativa.

Chiti, Martini, Rossi rappresentano un pezzo di storia politica del nostro territorio. Lo rispetto. C’è stato un tempo in cui potevo pure condividere la loro prospettiva.

Dopodiché, è il caso di voltare pagina.

Fatevi una bella conferenza nazionale, in quel di Firenze, se volete correggere la rotta del centrosinistra. O, come fa il Danti in un modo che non condivido ma che seriamente apprezzo per la schiettezza e la capacità di porre contraddizioni, chiedete le primarie e battetevi a viso aperto, nella relazione con le persone e su un contenuto di senso davvero chiaro. Non è la mia strada ma la rispetto cordialmente.
Sul serio: fate (anzi, facciamo tutte e tutti, ciascuno a modo suo) buon viaggio.

Il bisogno di una svolta: l’unica, possibile, «responsabilità»

La nostra città ha bisogno di voltare pagina. Le elezioni politiche sono state l’ennesimo segnale di una rottura, che molte organizzazioni sociali e personalità avevano prefigurato. La destra che vince in un territorio come il nostro, a partire dai voti incrementati proprio nei quartieri in cui è cresciuto disagio economico e malessere sociale, è solo la tappa conclusiva di un itinerario più articolato.

Credo, tuttavia, che non sia la necessaria conclusione.

L’amministrazione uscente non ha risolto le fratture della nostra comunità. Quelle fratture sono diventate rabbia diffusa e la classe dirigente dei partiti dell’attuale maggioranza ha scelto di non caricarsi di tale responsabilità, se non additando gli “altri” come irresponsabili, populisti, demagoghi, antagonisti. Hanno scelto di essere parte del problema e non pezzi di una possibile soluzione: ne prendiamo atto. Da qui l’unica possibile responsabilità da esercitare, ossia quella verso una comunità che è la nostra città.

Al netto di singole scelte che si possono anche aver condiviso, il giudizio verso gli ultimi cinque anni si può dire negativo. Ci sono perfino scelte interessanti ma non portate a termine: viene a mente l’ex convento di Santa Croce in Fossabanda, immobile pubblico inutilizzato destinato da un protocollo interistituzionale a supportare il bisogno di alloggi per studenti – elemento caratterizzante per la nostra città – e che ad oggi resta chiuso, vuoto. Perfino scelte politiche condivisibili pienamente, come la raccolta differenziata porta a porta diffusa ormai in molti quartieri, è stata controbilanciata dall’errore delle interrate nel centro storico.

È a partire da questi atti che si può affermare come una stagione politica sia finita.

Finita con tutta la sua rete di frontmen e frontwomen, coi suoi soggetti di riferimento.

 

Ora servono elementi di discontinuità: nei volti, nelle pratiche, nei contenuti. Se il bisogno di confronto espresso da diverse categorie, dal mondo del commercio a quello universitario, non trova risposte, conta a ben poco sollecitare forme di unità sulla mera paura delle destre. Le destre arrivano lo stesso, anzi: sono già fra noi. La sfida delle sinistre è invece impegnarsi ad elaborare un progetto, una visione. Per guardare non alla prossima scadenza elettorale, ma alla prossima generazione. Una visione che punti almeno al 2023, scadenza della prossima consiliatura. Si tratta di un bisogno espresso da numerose personalità del mondo della cultura pisana, che hanno chiesto unità e novità.

Prendere in carico questo appello significa provare a mettere in campo confluenze e convergenze tra percorsi e biografie diverse, per organizzare una nuova alleanza. Tanti sono stati gli appelli per la presa in carico dei problemi della nostra comunità: dai circoli ARCI che chiedono cura vera e fiscalità temperata in virtù del proprio ruolo di connettori sociali di quartiere, all’arcivescovo Benotto, che non più tardi dello scorso dicembre indicava (sulla scorta dei dati Caritas) nella mancanza di lavoro dignitoso e di qualità la ragione alla base delle disuguaglianze, al presidente del Parco Regionale, Maffei Cardellini, che domandava alle istituzioni locali di non abbandonare il principale polmone verde del territorio. Non ultimi, le lavoratrici e i lavoratori dei servizi esternalizzati dell’Aeroporto Galilei, quelli di CTT Nord, che raccontano di situazioni professionali caratterizzate da instabilità. Un terribile dato comune di queste vicende è il sentimento di abbandono e deresponsabilizzazione dell’amministrazione, al netto di atti di singole personalità. Da qui il bisogno di un progetto collettivo, un’operosa speranza su cui chiedere il consenso elettorale dei nostri concittadini e concittadine.

 

Punto del nostro riscatto dev’essere la sicurezza. Quella di un tetto sulla testa, assicurato a partire dal riuso degli immobili sfitti tramite incentivi: il recupero delle case popolari costruite nei decenni passati e non ristrutturate ci fa dire che l’unico DASPO dettato dalla prossima amministrazione dovrà essere rivolto alla grande speculazione immobiliare e contro il consumo di suolo.

Serve la sicurezza di servizi pubblici efficaci dove siano rispettate le dignità dei professionisti, senza forme fittizie di volontariato e combattendo le esternalizzazioni nei servizi. In tal senso, è necessario recuperare un ruolo politico centrale per l’amministrazione, socia in un numerose aziende partecipate, azionista in Toscana Aeroporti: disporre di un ruolo significa esigere che determinate prospettive, come il peggioramento delle condizioni di lavoro per gli operatori esternalizzati, siano combattute con nettezza immediata e con prospettive di lungo periodo.

Serve la sicurezza di rendere Pisa una città Jobs Act free, perché se è vero che la città ha sofferto meno la crisi grazie all’intensa presenza di lavoro nel settore pubblico, altri comparti come l’edilizia hanno subito una crisi profonda con la chiusura delle maggiori realtà del territorio. Piuttosto, il Comune può porsi la sfida di costruire, a partire da un progetto pilota del quale verificare gli esiti entro 24 mesi, un reddito minimo cittadino, da unire ad un patto di accompagnamento al lavoro.

Serve la sicurezza di presidiare i quartieri tramite la tutela della salute in prossimità di famiglie e situazioni di marginalità, magari senza una continua delega al pur generoso terzo settore. Serve la sicurezza di poter disporre dei beni comuni, senza spaccare la comunità nella città dei residenti contro quella dei turisti contro quella dei pendolari contro quella degli studenti e dei migranti.

Serve la sicurezza di provvedere agli spazi pubblici garantendo cultura diffusa, vivibilità sociale e pulizia in tutti i quartieri, non solo nel centro per rispondere (male ed incidentalmente) alla presenza dei più giovani. Una presenza che non può continuamente essere intesa come quella notturna, fastidiosa e caotica, perché è quella dei ragazzi pendolari da tutta la provincia e che trovano nel capoluogo e nei suoi spazi sociali da rendere diffusi uno spazio di vivibilità diverso. E poi, si vuole proprio parlare di vita notturna? Allora prendiamo esempio da New York, Amsterdam, Edimburgo: l’amministrazione individui un “sindaco della Notte” per costruire interlocuzione completa con commercianti, residenti, associazioni giovanili, pubblica sicurezza, collettivi ed artisti di strada che attivano la vita notturna, per renderla davvero armonizzata con le esigenze di tutte e tutti. Più una incubatrice creativa che un problema da titoli di stampa del giorno dopo.

Serve la sicurezza dell’innervare la presenza delle università, delle biblioteche e degli istituti di ricerca in tutto il tessuto urbano, senza la concentrazione in poli separati dal contesto cittadino. Se il campus è la città, questa deve poter esaminare il piano edilizio universitario e vederlo come parte integrante della progettazione urbanistica comunale.

Serve la sicurezza di potersi spostare fra area urbana e peri-urbana senza uno squilibrio nel trasporto pubblico ed aprendo un ragionamento sulla gratuità dei trasporti per determinate categorie e fasce d’età. Non più una gratuità “a tempo”, magari per incentivare singoli momenti, ma finalizzata ad un più ampio accesso al servizio da parte della popolazione. Più sicurezza si ottiene con un sistema ad elevata intermodalità, dove un biglietto unico per tutti i trasporti cittadini, PisaMover compreso.

 

Per progettare il futuro, da sinistra, serve un nuovo slancio contro la cultura della mera gestione dell’esistente, avendo il coraggio di mettere in discussione alcuni parametri strutturali di bilancio per individuare segmenti strategici. In questo senso, la ricerca di risorse va strutturata in un aumento della progressività fiscale: c’è il coraggio di rendere questo tassello centrale nelle scelte politiche?

Costruire l’alternativa per una Pisa civile e solidale è una sfida che deve raccogliere esperienze sociali ed intelligenze che hanno fornito un contributo rilevante alla discussione nel corso di questi anni, che non si configurano come soggetti sempre e comunque contro qualcosa, ma che esprimono un’idea inclusiva di città, entrando in gioco direttamente ed assumendosi la responsabilità di una sfida di governo.

Centocinquanta giorni

Le acque restarono alte sopra la terra centocinquanta giorni.

Genesi, 7, 24

“Se non l’avete ancora capito, noi non vi crediamo. Che ci stiate simpatici o antipatici”.

Potrebbe essere riassunto così il pensiero dell’elettorato italiano rivolto alla sinistra il 4 marzo.

Proviamo però a dare qualche linea di riflessione generale.

Il risultato delle elezioni politiche può proporci tre netti vincitori.

Il primo di essi è il tasso percentuale di partecipazione al voto: con il 73% a livello nazionale (il 76% in Toscana) gli Italiani e le Italiane dimostrano fiducia nella democrazia rappresentativa, nei partiti come strumento per portare avanti le proposte e forte interesse per un appuntamento centrale della vita pubblica. La partecipazione alle urne nel 2013 era stata di poco superiore (un paio di punti percentuali in più) ma si votava in due giorni. In un momento storico in cui qualcuno cerca di rialzare gli emblemi del fascismo perfino con violenza, è una prova di democrazia importante, positiva. Certo, è pure una prova di “democrazia della sfiducia”, dato che sono premiate le forze cosiddette “anti-sistema” rispetto a quelle che sono state al vertice del potere nel corso degli ultimi anni. Segnale del fatto che certe scelte politiche non funzionano e che la conservazione degli equilibri di governo contro quella che viene descritta come una folla indistinta di “barbari” è fallimentare.

Vince nettamente il Movimento 5 Stelle, primo partito del Paese: ha canalizzato il desiderio di rinnovare le classi dirigenti, di ribaltare i rapporti di forza nella società, di rompere i vecchi e sfiduciati equilibri di potere. Chi si dice di sinistra non può che restare fortemente critico verso i lati gravemente carenti della loro proposta: agenda sociale inesistente, proposta fiscale che favorisce i più ricchi, incapacità di tener conto dei corpi intermedi, inconsistenti proposte sulle politiche europee. Il Movimento ha tuttavia conservato la voglia di irrompere nel politico, di cambiare le cose (in un modo o nell’altro, cosa non proprio indifferente) e, allo stesso tempo, di rassicurare una fetta consistente del Paese, proponendo sin da subito i nomi di un eventuale esecutivo Di Maio, mettendo da parte Grillo e rivolgendosi in piazza alle nuove generazioni. Chapeau.

Alcuni fra loro potranno anche essere visti come dilettanti allo sbaraglio, “incompetenti” (e detto da chi ha gestito con “competenza” il Paese in questi anni suona perfino come un complimento), ma sono riusciti a canalizzare un consenso di corpi sociali che esigevano rottura. Consapevoli di tutto ciò, mi sento di sperare che le loro rappresentanze possano mettersi al servizio dei bisogni di chi è stato spesso spinto ai margini della nostra società, è stato dimenticato, è stato “rottamato” senza pietà.

Vince il centrodestra, anzi, il destra-centro (come scrive oggi Ilvo Diamanti), primo come raggruppamento di liste. È una coalizione composta da forze totalmente diverse per cultura ed ispirazione, in cui il ruolo primario della Lega di Salvini spinge verso l’estremismo nazionalista la loro proposta politica. La destra è oggi culturalmente egemone nel Paese (la notizia non è nuova, ma in termini di consenso elettorale oggi lo si può affermare con più forza, basti pensare alla sommatoria del consenso di Lega, Fratelli d’Italia, Casapound e Forza Nuova) e riesce a distruggere i bastioni del la sinistra storica, prima di tutto in Toscana e in Emilia Romagna.

I candidati leghisti negli uninominali battono il centrosinistra nel collegio di Pisa alla Camera e al Senato; in quest’ultimo caso, ad essere messa da parte è la titolare del MIUR, Valeria Fedeli.

Di quest’avanzata esistono precise responsabilità, poiché ci sono stati governi e maggioranze parlamentari che hanno ampliato le fratture sociale anziché ricomporle. Neanche il sussulto del “voto antifascista” – comunque inteso, dato che anche quello ai 5 Stelle può essere visto come un voto non-ai-fascisti… – ha sostenuto le forze diverse dalla destra. Nota bene per il futuro immediato: questo sussulto non funzionerà neanche nei prossimi appuntamenti. La marea montante della destra era già in campo da tempo, nella nostra regione: parlava così l’incremento dei voti della Lega alle regionali 2015, così come la vittoria di Susanna Ceccardi a Cascina nel 2016.

La sinistra, comunque intesa, deve inchinarsi alla volontà degli elettori. Le urne hanno sancito per Liberi e Uguali, la lista che ho sostenuto e promosso in prima persona, un risultato elettorale negativo, gravemente inferiore alle attese. Malgrado i risultati pisani superiori alle medie nazionali, in modo particolare nel capoluogo (8.6% alla Camera, ad esempio), malgrado lo straordinario e generoso sforzo dei nostri attivisti in tutta la provincia, i numeri si dimostrano negativi ed impietosi. Abbiamo tuttavia incrociato nuovi ed antichi compagni e compagne di viaggio: a loro un pieno ringraziamento, oltre all’assicurazione che il loro impegno non sarà disperso.

Il risultato politico, prima ancora del numero insoddisfacente di voti, ci deve spingere ad un duplice atto di responsabilità: mettere a disposizione il nostro gruppo parlamentare come strumento per proporre, in Parlamento e nel Paese, un’agenda sociale e del lavoro in rottura con le politiche di centrodestra e centrosinistra che, negli ultimi anni, hanno ampliato le disuguaglianze. Inoltre, è necessario proseguire ed aggiornare il percorso di costruzione di una comunità politica veramente ampia ed inclusiva, credibile nelle sue parole, capace di stare fra le persone e costruire relazioni non solo in campagna elettorale, ma in ogni momento. Abbiamo fatto la nostra rapida e difficile campagna nelle strade dimenticate, nelle periferie, nelle frazioni della nostra provincia. Adesso dobbiamo avere il coraggio di proseguire il nostro percorso, mettendo in campo un robusto cambio delle classi dirigenti ed una quotidiana coerenza fra gli slogan della campagna elettorale e le scelte politiche, nel segno dell’alternativa alle destre e al centrosinistra.

La sfida del 5 marzo, con le sue difficoltà, ha senso solo se posta in quest’ottica: in questi centocinquanta giorni in cui durerà il diluvio, non vogliamo salvaguardare ciò che non va bene della sinistra esistente fra le macerie della vittoria culturale della destra e della vittoria politica del grillismo, ma disporre del percorso fatto sinora per fornire al Paese e all’Europa un efficace e credibile soggetto dell’alternativa.

Per capire che fuoriuscita dare ad una catastrofe per certi versi annunciata, è estremamente utile capire i flussi elettorali. Sia Techné che Istituto Cattaneo hanno segnalato come determinati segmenti sociali e di età abbiano espresso nel voto il loro radicale dissenso verso le politiche degli ultimi anni. Non è un caso che i 5 Stelle siano il primo partito fra i lavoratori autonomi, gli studenti, i disoccupati, il primo in ogni fascia d’età sotto i 65 anni. Non è un caso che prevalga fra chi individua le ragioni del disagio del Paese nella mancanza di reddito, di politiche di inclusione sociale, di lavoro dignitoso. Non è un caso che si tratti degli stessi corpi sociali che hanno promosso un voto di sfiducia il 4 dicembre, con la vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre 2016. Non è un caso che si tratti, spesso, delle persone che nel giugno 2011 si dicevano concordi su energie pulite, acqua pubblica, giustizia: il popolo dei referendum sui beni comuni, cui non si è fornita una rappresentanza nelle sinistre politiche. Come ha correttamente scritto Lorenzo Zamponi, giovane ricercatore della Scuola Normale, i 5 Stelle si dimostrano adesso un vero e proprio partito anti-sistema interclassista, “una DC postmoderna ed arrabbiata”.

Se non è la sinistra a rappresentare il dissenso, il desiderio di rottura, tutto questo si condensa in altre forme, si aggrega sotto altre proposte politiche. Ogni percorso non può dunque permettersi di far finta di nulla, pensando alle elezioni politiche del 4 marzo come ad una parentesi: se in Parlamento rappresenti poco e nel Paese un 3-4%, non c’è rivalsa interna alle sinistre che tenga.

Credo che esistano due momenti ed ultime occasioni – pur a tempo scaduto, o quasi – in cui provare ad esprimere qualcosa di diverso. Il primo momento è la costruzione di un autentico soggetto dell’alternativa cui le forze che hanno contribuito a LEU diano un contributo con un profilo che recuperi le esperienze deluse, come Tomaso Montanari, e riagganci relazioni con chi si è estraniato dalla presa di parola nazionale come Luigi De Magistris, e nel mondo sociale, scegliendo una collocazione precisa sul piano delle politiche europee – e non solo perché fra un anno avremo da confrontarci nelle elezioni continentali, ma perché il piano delle decisioni istituzionali, politiche ed economiche ormai incrocia quotidianamente l’Europa. Anziché intraprendere la trattativa per un “centrosinistra diverso e rinnovato” con Calenda o Gentiloni, forse questo modo di intendere il soggetto dell’alternativa sarebbe più coerente con il percorso iniziato il 3 dicembre.

Piuttosto, la rispettabile e nobile via – e non parlo per eufemismi o sarcasmi – di un centrosinistra diverso (ma senza un passo neanche minimo di discontinuità se non il “Renzi non c’è più”) passa per una scelta più opportuna, ossia l’ingresso nel Partito Democratico e la presa di parola in quello spazio politico, con la piena assunzione delle conseguenze del gesto. Fare come Calenda, da sinistra. Rispetto chi lo farà. Ma rappresentare gli incazzati, o almeno provarci, è un’altra cosa ed è un’operazione che non si può fare in relazione al solo momento elettorale. O tale elemento è assunto alla base della costruzione del nuovo soggetto o sarà la coazione a ripetere di scelte già fatte in passato: lanciare un partito della sinistra per contrattare un diverso centrosinistra, quando però quest’ultimo è ormai terzo come raggruppamento politico.

L’altro momento, luogo, occasione, trovo che siano le vicine elezioni amministrative. Fra le tante città che sono interessate dall’appuntamento c’è Pisa. E credo che anche qui sia doveroso, per chi ha promosso la vicenda di LEU, tradurre un elemento di coerenza circa l’essere alternativa ai tre poli oggi in campo. Nella discussione che, di fatto, prende avvio in questi giorni, confido che ci sia il coraggio di dar forma ad una proposta politica ampia ed inclusiva, che in parte è già stata avviata dalle forze della sinistra d’alternativa e che non può essere ostaggio della paura – ormai non più aleatoria, ma concreta – della presa del potere da parte della destra razzista e xenofoba. Perché se questa presa del potere avviene con una crescente legittimazione popolare, non c’è ridotta puritana o vasto argine antifascista che tenga. L’esempio di Cascina, tanto recente, ci procura un modello che rischia una ripetizione inerziale, a Pisa e non solo. Ora, tocca davvero a noi. Non ci sarà la scusante dei “compagni del nazionale” che decidono sulle tue teste, non ci sarà il voltarsi dall’altra parte perché tanto è un appuntamento che può non riguardare. Stavolta non ci sono alibi: ascoltiamo la nostra gente, chi ci ha votato e ci chiede responsabilità, chi non lo ha fatto ma ci chiede coraggio, chi lo vorrebbe fare ma ha paura della nostra inconsistenza.

Ascoltiamo e prendiamo parola con coraggio, a livello locale e nazionale. Perché, altrimenti, dopo i centocinquanta giorni non si potranno vedere né le cime dei monti né le più vaghe forme di speranza.