C’era una volta.

“— Un re! — diranno subito i miei piccoli lettori.
— No, ragazzi, avete sbagliato.
C’era una volta un pezzo di legno.”
 
Perché finisci per credere che bisogna davvero esser di legno per continuare a sbattere, dopo anni, sempre sulle stesse cose. Oggi su Repubblica Walter Veltroni spiega come si fa la sinistra.
 
Va beh. La cosa, di per sé, suona esotica. Evitiamo però di fare i soliti rognosi estremisti e prendiamo le cose con le pinze e con sobrietà.

Partiamo dal bicchiere mezzo pieno. Veltroni rimarca come la definizione di “populista” sia totalmente inappropriata e che sia necessario articolare la discussione in cosa sia “destra” e cosa sia “sinistra”. Un modo per uscire dal “presentismo” ed interpretare la realtà con le categorie più appropriate.
Non posso essere più concorde: almeno nell’ultima decina d’anni, un’ondata anti-politica originata dalle élite ha preferito articolare il dibattito in “tecnici (buoni) vs populisti (cattivi)”, “innovatori (buoni) vs gufi (cattivi)”. Ondata anti-politica che il giornale su cui scrive Veltroni ha incentivato, anche con asprezza, attraverso gli editoriali ex cathedra di Eugenio Scalfari. Nessuno di noi può dire, col senno di poi, se rispettare gli esiti del referendum (giugno 2011) sui beni comuni o andare alle urne alla fine del governo Berlusconi IV (novembre 2011) ci avrebbe salvato dalla crisi che stiamo attraversando. Una crisi frutto di disuguaglianze non risolte, di un desiderio di protezione riversato dai penultimi come arma contro gli ultimi, delle contraddizioni accumulatesi nel corso degli ultimi decenni di storia repubblicana.
Superare il “presentismo”, dunque. In quale ottica?
Walter Veltroni legge la guerra commerciale aperta da Donald Trump contro Cina e Unione Europea e la crisi politica dell’UE come i luoghi dell’affermazione di un nuovo autoritarismo che ha la matrice culturale dell’estrema destra, poiché concentra il potere nelle mani dell’uomo solo al comando, la cui relazione col popolo avviene nell’assenza di corpi intermedi o contrappesi, pur nella legittimazione del voto democratico dei cittadini. In questi stessi anni, scrive Veltroni, la sinistra è stata incapace di leggere una colossale “riorganizzazione della intera struttura sociale. Qualcosa di paragonabile agli effetti della rivoluzione industriale. Il lavoro ha cambiato natura, facendosi aleatorio e precario”.
D’accordo.
Ora, però, almeno un paio di passaggi sono stati dimenticati.
E risparmio anche tutte le critiche legate alla condotta dei governi a guida centrosinistra sulla questione, oh.
Il primo, il ruolo che ha assunto la globalizzazione della finanza (e non della politica né tanto meno dei diritti umani). Il secondo, la supremazia della finanza e dei suoi tecnici rispetto alla politica, in particolare nello spazio europeo. Un passaggio di cui la costituzione del PD è stata protagonista assoluta. Sempre Veltroni, alla costituente Dem dell’ottobre 2007, appena consacrato segretario dalle primarie, diceva“Per questo l’Italia ha bisogno del Partito democratico. Perché noi abbiamo la cultura  dell’innovazione che serve all’Italia. Una cultura che non è fatta solo di grandi riforme di sistema, ma anche di applicazione al governo quotidiano della spesa pubblica di una cultura imprenditoriale, che in qualche misura deve essere introdotta anche nella pubblica amministrazione e per i suoi dipendenti. Mettere sotto controllo e rendere produttiva la spesa pubblica: questa è la priorità.
Fonte AFP

Credo, insomma, che strutturare una proposta politica generale e che si proponga come cultura dell’alternativa, prima ancora che come logo barrabile in una qualsiasi elezione, non possa prescindere da ciò che è successo e ciò che si propone di fare in merito a questi due elementi. Tanto più che la sfida è sempre più globale e vede contrapposte pressoché soltanto due destre: quella liberale e liberista, cosmopolita, disponibile a limitate solidarietà tramite le briciole che cadono dal tavolo dell’austerità (Macron, Merkel, aree del fu socialismo europeo); quella radicale, xenofoba, finto-anti-capitalista, protezionista (Orban, lepenismo, salvinismo; alt-right, direbbero oltre Oceano…insomma, gente che scrive queste robe qui) e disponibile a strizzare un occhio alla cultura sostanzialmente fascista, o almeno discretamente autoritaria.

Lo scrivo pensando agli amici ed amiche più ottimisti del sottoscritto: sì, anche Emmanuel Macron è quindi una parte del problema, a mio parere. E (non) mi spiace, ma la favoletta del super-presidente giovane, rottamatore, europeista e innovatore l’ho già sentita. Applicata alla Costituzione della Quinta Repubblica francese, per gli amici monarchie présidentielle, produce mostri. Sì, per cultura politica distinguo ancora un più-o-meno-fascista da un “qualsiasi altro”, ma ingoiare il “qualsiasi altro” diventa sempre più indigesto. Oltre che sempre meno credibile nello spettro elettorale.
Lo scrivo nella consapevolezza che Veltroni, nel suo articolo, coglie un elemento che nel suo stesso partito risulta tutt’ora indigesto: la capacità del Movimento 5 Stelle di strutturare una proposta politica duratura e che ha attratto il consenso del fu centrosinistra. Una proposta politica che non si può demonizzare né con cui è possibile considerarsi interlocutori a cuor leggero, diciamo. Perché? Veltroni non lo dice. Provo a fornire una risposta.
Tempo fa riascoltavo le registrazioni dei primi spettacoli di Beppe Grillo, assieme ad un suo memorabile intervento all’assemblea degli azionisti di Telecom Italia.

Interventi del genere ti ricordano la radice del primo grillismo. Quella che ha attratto nostri familiari, magari qualcuno che sta leggendo, magari persone insospettabili: la rottura una classe dirigente, nel segno dell’intransigenza morale e della condanna di un pezzo di élite ritenuto trasversale nella gestione del potere politico ed economico. Una rottura ed un’intransigenza malamente raccontata prima come “antipolitica” e poi come “populista”. Una rottura che ha raccolto parole d’ordine generate dai movimenti sociali (i beni comuni) e la cultura del Pubblico abbandonata da forze politiche di centrosinistra. Una rottura che intende ricostruire il senso della democrazia e della rappresentanza, con una critica durissima ai corpi intermedi come il sindacato e i partiti, salvo poi farsi parte fra le parti. Questo movimento oggi è al governo con un rivendicato contratto politico con la Lega, con subalternità non condivisibili sulla gestione dei flussi migratori, con cedimenti interni verso piccole demagogie quotidiane – il tema dei vaccini, per esempio. Il tutto dopo la scelta della seconda forza politica del Paese di non aprire una relazione politica. Come si pensa in modo produttivo di costruire un’interlocuzione o anche solo aprire mezza contraddizione, senza disperdere un’identità? Veltroni non lo dice. Non credo che basti, ad esempio, ri-twittare Roberto Fico per chiedere a Di Maio cosa ne pensi della vicenda della nave Diciotti. Non credo che basti il pur nobile ed essenziale appello all’antifascismo o all’europeismo.  Non credo che serva mandare in TV l’ex ministro Marco Minniti per parlare di accoglienza, a meno che si abbia una tendenza spiccata al masochismo. Il tema della credibilità di chi propone un messaggio politico abbinato alla radicalità dello stesso non è rinviabile. Per questo, alla fine della fiera, dal basso del suo 1 e qualcosa %, c’è il fascino discreto esercitato da Potere al Popolo, che come movimento annuncia una sua strutturazione. L’Espresso vi ha dedicato un articolo interessante molto di recente. Sarebbe interessante capire come s’immaginano una piattaforma con prospettive un minimo stabili, alla luce del potenziale interessamento di un Luigi De Magistris già all’appuntamento elettorale europeo.

Risulta poco credibile, da parte di Veltroni, alludere (adesso, dopo 6 anni nelle maggioranze di governo di cui 5 al vertice degli esecutivi) ad una rinnovata radicalità di proposte e di valori, senza il doveroso esercizio di un inventario sulle politiche sbagliate costruite in questi lunghi anni. Risulta poco credibile perfino il ritorno in piazza da parte di Martina & soci, così come delle personalità della sinistra parlamentare. Lasciamo che siano le organizzazioni sociali e i movimenti a implementare le pratiche di conflitto, standoci dentro con il dovuto passo indietro. Lo ha sollecitato giusto oggi Luciana Castellina sul Manifesto. C’è chi già lo sta facendo, anche all’esterno delle storiche organizzazioni della sinistra sociale di questo Paese: è il caso del sindacalista USB italo-ivoriano Aboubakar Soumahoro, amico di quel Soumaila Sacko vergognosamente assassinato in Calabria quest’anno.

Sottolineo una parola che nel testo di Veltroni non compare e che invece ritengo sia caratterizzante per la mobilitazione, sia essa culturale, sociale e politica: conflitto. Per favore, basta attendersi che sia il Papa a lanciare la parola d’ordine della Rivoluzione. Non può, non vuole, non deve farlo. Benissimo che siano la CEI e la generosa Caritas italiana a farsi carico di accoglienza diffusa sul territorio nazionale indicando una palese contraddizione nelle dichiarazioni del Ministro dell’Interno, ma non può essere la CEI l’agente propulsivo della contrapposizione sociale e politica. Lo sottolinea Alessandro Santagata nel suo recente racconto per il Manifesto: nessun “patto con Salvini”, ma neanche aperta contrapposizione, poiché il ruolo della Chiesa Cattolica è ben altro – e non può essere la supplenza nei confronti dello Stato circa la gestione dell’accoglienza dei migranti.

La generazione di un contro-cultura egemonica non può apparire in vitro, nel momento in cui il (fu) gran partito del centrosinistra sceglie di stare nella piazza anti-Salvini e anti-Orban. Peggio ancora, da una sinistra pariolina o da editoriali su Repubblica, che parla delle periferie ma non sa avere a che fare con il ventre di quei luoghi. Il rischio di un vano anti-berlusconismo applicato ai nazionalismi del 2018 è estremo e può seriamente produrre una legittimazione popolare di lungo periodo per questa nuova destra.

Capisco, in ogni caso, che l’editoriale di Veltroni si rivolga essenzialmente a quell’area di soggetti interessati al Partito Democratico e al suo futuro. Auguro loro una proficua discussione ed una seria capacità di mettere i piedi nella storia. Resta, nei loro confronti, l’invito ad esprimere un robusto inventario critico delle politiche costruite in questi anni. Se proprio vorranno andare in piazza, spero lo facciano con un briciolo di umiltà verso le organizzazioni sociali, oltre che con un minimo di senso del conflitto. Se, infine, preferiranno allearsi con soggetti europei à la Macron nel nome di un progressismo pariolino staccato dalle persone e dai loro bisogni, auguri e cordiali saluti.