Cos’è una ricostruzione? Spunti dal 2 giugno della #fasedubbia

Questo 2 giugno ci invita a riflettere tutti su cosa è, su cosa vuole essere la Repubblica oggi. Questo giorno interpella tutti coloro che hanno una responsabilità istituzionale – a partire da me naturalmente – circa il dovere di essere all’altezza di quel dolore, di quella speranza, di quel bisogno di fiducia. Non si tratta di immaginare di sospendere o annullare la normale dialettica politica. La democrazia vive e si alimenta di confronto fra posizioni diverse. Ma c’è qualcosa che viene prima della politica e che segna il suo limite. Qualcosa che non è disponibile per nessuna maggioranza e per nessuna opposizione: l’unità morale, la condivisione di un unico destino, il sentirsi responsabili l’uno dell’altro. Una generazione con l’altra. Un territorio con l’altro. Un ambiente sociale con l’altro. Tutti parte di una stessa storia. Di uno stesso popolo.

Sergio Mattarella, 1 giugno 2020, discorso per la festa della Repubblica, giardini del Quirinale.

L’intervento del Presidente della Repubblica, in occasione del concerto dedicato alle vittime del Coronavirus, ha toccato con intelligenza storica e delicatezza umana nonché istituzionale il grave momento vissuto dal Paese in questi mesi. Ancora una volta, Sergio Mattarella ha dimostrato di saper costruire una narrazione inclusiva e pienamente incardinata nel meglio della storia repubblicana, pur innanzi ad una tragedia che oggi non ha dispiegato i suoi pieni effetti, sul piano sociale ed economico.

Mattarella ha colto, da supremo magistrato della Repubblica, il senso della concordia nazionale – di visione, chiaramente, interclassista – e ha inscritto nel 2 giugno le ansie e le speranze di pezzi diversi di popolo italiano. Pezzi diversi che, sia sul piano sociale che sul piano politico, sono chiamati a fronteggiare una ricostruzione altamente impegnativa in cui, proprio bilanciando il conflitto (necessario) e il compromesso (altrettanto necessario, variabile tuttavia dipendente dai rapporti di forza che si devono costruire nell’opinione pubblica del Paese), i progetti di rinascita non saranno simili. Il progetto di ricostruzione del nuovo presidente di Confindustria, ad esempio, non sono certamente simili a quelli delle principali organizzazioni di rappresentanza sociale (CGIL di Maurizio Landini in testa), né tanto meno paragonabili a quelli delle forze politiche che, pur con fatica, si stanno smarcando (in tutto o in parte) da una troppo recente subalternità al liberismo e all’austerità.

Che senso ha, pertanto, celebrare il 2 giugno nel 2020, al di là della necessaria costruzione del rito pubblico che le istituzioni democratiche sono chiamate a proporre per legittimare il proprio momento costituente?

Trovo che proprio l’impegno futuro nella ricostruzione, assieme ad un categorico imperativo etico di corresponsabilità – consegnato a tutte le forze politiche dal Presidente Mattarella, proprio nei giorni in cui una fetta della destra neonazionalista chiama piazze aggressive in barba a qualsiasi emergenza sanitaria, disponendosi in modo irresponsabile nei confronti del Paese e in particolare delle ansie e delle speranze sociali delle classi marginali e delle persone in solitudine – sia la connessione tra l’oggi e quel giorno del dopoguerra in cui i nostri antenati, per la prima volta (la seconda, in verità, se prendessimo in considerazione le tornate di marzo delle elezioni amministrative 1946…dopodiché, il 2 giugno fu la la prima volta per una tornata che riguardava l’intero elettorato, ndr) con la partecipazione delle donne, definirono l’assetto istituzionale del Paese e votarono l’Assemblea Costituente. Donne furono elette nei consigli comunali, mentre furono 21 (9 comuniste e 9 democristiane, 2 socialiste ed 1 qualunquista) le madri Costituenti, tra cui cinque furono anche membri della Commissione speciale per la Costituzione (Commissione dei 75) incaricata della redazione della proposta costituzionale sotto la presidenza di Meuccio Ruini: Angela Gotelli (DC), Maria Federici (DC), Nilde Iotti (PCI) futura presidente della Camera dei Deputati, Teresa Noce (PCI), Angelina Merlin (PSIUP, poi PSI) che promosse con forza la storica legge del 1958 sulla chiusura delle case di prostituzione punendone al contempo lo sfruttamento, con l’aggiunta di Ottavia Penna Buscemi (UQ) poi sostituita a causa della scissione del partito di Gugliemo Giannini, che l’aveva candidata a Capo provvisorio dello Stato contro il (vincente) Enrico De Nicola.

Quali voci del passato possiamo mobilitare per ricordare l’imperativo di Mattarella?

Di certo, almeno due. Il 25 giugno 1946 la prima riunione dell’Assemblea costituente si svolse sotto la presidenza pro tempore di Vittorio Emanuele Orlando. Giurista (amministrativista, per la precisione), “presidente della Vittoria” in quanto a capo del governo dai momenti successivi al disastro di Caporetto alle trattative per la pace dopo la Grande Guerra (1917-1919), era stato eletto deputato per la prima volta nel 1897, nella compagine della “sinistra storica”, liberale ed anti-reazionaria, che avrebbe sostenuto Giovanni Giolitti. Nell’allocuzione introduttiva, riflettendo sul ruolo affidato all’Aula, la prima nella storia nazionale cui era affidato il compito di redigere un testo costituzionale dopo l’esperienza del flessibile Statuto “albertino”, si esprimeva in tali termini:

Questo è il compito a voi affidato, che dovrete adempiere con piena libertà di scelta e di decisione, la quale pero’ ha un limite che fu fissato direttamente dalla stessa volontà popolare, con un atto che puo’ qualificarsi di democrazia diretta. E questo limite consiste in cio’: la forma di governo, per quanto riguarda la qualità del Capo dello Stato, è la Repubblica. L’istituto che vi corrisponde è dunque diventato il simbolo dell’unità dello Stato; è attraverso di esso che la Nazione d’Italia si personifica come organica unità indissolubile. Vi corrisponde una radicale trasformazione del dovere, civico essenziale, che è di onorare questo simbolo, di servirlo con assoluta fedeltà e lealtà, come rappresentativo della Patria stessa, al di sopra e malgrado qualsiasi altra opinione o sentimento o ideale che si sia professato o che possa ancora essere professato. Questo dovere non nasce soltanto da disciplina verso una legalità formale, verso quello che si suole chiamare l’ordine costituito. Poiché esso si confonde coi doveri verso la Patria, importa quella devozione appassionata che arriva sino al sacrificio della vita, ogni qual volta contro quel simbolo si addensi un pericolo o sovrasti una minaccia.

Qui potete trovare la trascrizione completa della prima seduta dell’Assemblea. Ad ogni modo: devozione appassionata, disciplina, sacrificio, fedeltà e lealtà. Uno slancio etico e ideale che rappresenta più generazioni e biografie, certamente tante contraddizioni ed ipocrisie, e che in quell’Aula trovavano espressioni maestose. La forma dello Stato, insomma, non era né tanto meno è rubricabile all’inquilino/a del Quirinale o a simboli. Come scritto da Paul Ginsborg nella sua “Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi” (Einaudi 2006), infatti, “il Re aveva esercitato in passato un forte controllo sulla politica estera e su quella militare, e Casa Savoia aveva sempre mostrato scarso rispetto per la democrazia e una predilezione per quelli, come Pelloux o Mussolini, che avevano cercato di distruggerla” (p.130).

Come far convinvere questi aneliti slanciati con la dimensione quotidiana, con le ordinarie ipocrisie? Come mettere a sistema la grandezza di un’ispirazione confermata dal sangue della Resistenza con il rischio costante di uno scollamento concreto delle persone, nella loro carne viva e nelle loro sofferenze, dalla democrazia repubblicana?

A soccorrere tale domanda giunge la chiosa del presidente del consiglio in carica, Alcide De Gasperi, che prende la parola brevemente subito dopo Vittorio E. Orlando. Siamo sempre nel giugno 1946. Lo statista altoatesino, capo della Democrazia Cristiana, al vertice dell’esecutivo di unità antifascista dall’anno precedente, reduce dai giorni traballanti che, tra il 10 e il 13 giugno, confermarono “con qualche difficoltà” (sic!) l’esito del voto popolare circa la forma dello Stato, sottolinea non solo l’importanza del momento, ma anche la convergenza in esso di culture conflittuali tra loro e progetti politici del tutto differenti. Cosa dice De Gasperi?

Con ardimento, con tenacia, con sforzo disciplinato abbiamo gettato un ponte sull’abisso tra due epoche, riuscendo a compir l’opera lunga e difficilissima senza perdita di uomini e di materiali. Qual popolo puo’ richiamarsi a simile esempio di verace democrazia? Altrove furono il terrore, i massacri, la guerra civile. Operano nella Repubblica italiana le tendenze universalistiche del Cristianesimo, quelle umanitarie di Giuseppe Mazzini, quelle di solidarietà del lavoro, propugnate dalle organizzazioni operaie. Questa democrazia sarebbe chiamata ad un’utilissima funzione nella ricostruzione internazionale.

Torna quell’elemento indicato, in altri termini, da Mattarella: la responsabilità verso una ricostruzione tutta da compiere. Sul piano etico, politico, sociale, nel quadro di una salda democrazia repubblicana ancorata alle organizzazioni internazionali.

Diciamo che, nel tempo dei Trump e dei Bolsonaro, dei BoJo e delle svirgolature (per non essere volgari..) turbo-liberiste dei Paesi frugali della stessa Unione Europea, sono ispirazioni che hanno il sé il peso della storia e colgono le prospettive impegnative e giuste per l’intera comunità nazionale.

E ora, una chicca. Ispirato dai post di alcuni amici, sono andato a ripescare i risultati elettorali del 2 giugno 1946, sia per il referendum che per la Costituente, relativi alle due comunità cittadine che considero patria. Monteiasi, per nascita. Pisa, per adozione. Sono numeri da un lato scontati (vittoria repubblicana e comunista in Toscana, vittoria democratico-cristiana in Puglia) dall’altro del tutto impreviste (vittoria repubblicana “al paese di giù”!), per quanto non significative su un piano storico generale. Nel mio paese di nascita, i socialcomunisti pareggiarono i voti democristiani e la vittoria repubblicana si affermo’ per 35 voti secchi (unica cittadina della provincia di Taranto, assieme a San Giorgio Jonico, dove vinse la Repubblica!): molto molto diverso rispetto ai risultati della provincia di Taranto (vittoria monarchica e PCI sotto il 10%) e alla “scontata” fedeltà del Sud alla monarchia sabauda. Nel capoluogo toscano, l’affermazione comunista non risultava tanto netta, a confronto dell’indiscutibile e debordante 71% per la Repubblica. L’apporto socialista (14%) risultava necessario per le forze che avrebbero costituito il Fronte Popolare, i voti repubblicani (12%) risultano certamente interessanti e quasi svonvolge che il Fronte dell’Uomo Qualunque (4%) superasse sigle che, per quanto piccole, costruivano un bacino intellettuale importante – come l’Unione Democratica Nazionale liberale e il Partito d’Azione. Basta questo a mettere in discussione – come qualche idiota fanatico fa – i risultati o contestare la legittimità storica del processo di costituzione della Repubblica? Basta questo per parlare di microscopici “feudi rossi” nel profondo Meridione? Per nulla. Anche se carica di legittimo orgoglio quel 51% alla Repubblica in una paesino di campagna, pieno di braccianti non propriamente alfabetizzati, ancora carico di nostalgie per la monarchia fascista.

Questi dati di micro-micro-storia, a mio avviso, aiutano ciascuno di noi a ricordare, al fianco dell’affermazione di valori decisivi per il vivere responsabile e civile, come la realtà storica e sociale sia sempre complessa e che la presa in carico di tale complessità spetti ad organizzazioni collettive e progetti generali all’altezza del proprio tempo. Progetti in cui la sfumatura, al netto di una impostazione ideale ed ideologica necessaria, non sia una nota a pié di pagina della storia, ma uno scorcio da leggere, da curare, da non dimenticare.

Buon 2 giugno a tutte e tutti. Viva la Repubblica.