Di lavoro, tempi, vita e (buona?) stampa (neo-)socialista. Just my two cents.

D’accordo, ammetto candidamente di essere stato tra quelli che, in qualche chat amicale, stamane ha rilanciato Avvenire come nuovo quotidiano del socialismo reale. Il giornale dei vescovi italiani che supera a sinistra Repubblica, il nuovo Manifesto, pensa te cosa deve succedere il giorno dopo il 202° compleanno di Marx etc etc.

Ok, bene tutto. Da un lato, non ci vuole molto, vista la concentrazione di potere editoriale degli ultimi tempi in Italia. Dall’altro, la direzione di Avvenire cosi’ come la condotta complessiva della Chiesa e dei suoi strumenti di relazione pubblica e informale ci hanno ormai abituato (positivamente, intendiamoci) ad una prassi capace di coniugare il rigore nell’etica alla fermezza innovativa di un umanesimo sociale sempre in evoluzione. Non credo che Fulvio Scaglione, per dirne uno, abbia tuttavia mai pensato di scrivere per la Pravda o Potere Operaio – anche se ce lo avrei visto

Ci sono pero’ un paio di questioni che sarebbe bene non perdere d’occhio, a mio umilissimo avviso.

1. Titoli fighi o meno, la riflessione sui tempi di lavoro da diminuire a parità di salario è finalmente oggetto di discussione in sede governativa, per quanto ridotta a possibilità contestuale all’emergenza. Tuttavia, sono proprio i contesti di crisi quelli in cui si ri-ordina il mondo, si producono ferite ma anche le si sanano, si sviluppano contraddizioni e strumenti (a volta coperti dalla sabbia del tempo, come il “lavorare meno, lavorare tutti”) che in tempi “ordinari” sarebbero stati oggetto di dialogo in nicchie più identitarie. Non lo hanno capito solo dalle parti della Chiesa, ma anche dal versante di Confindustria, il cui protagonismo (si pensi alla recente intervista del presidente designato) punta a lanciare un messaggio chiaro alle parti sociali, alla rappresentanza politica, al governo. Il messaggio è più di un avvertimento: “badate, dispensate qualche cortese ammortizzatore perché, si, in fin dei conti la pace sociale va bene anche a noi, ma non vi azzardate a contestare il bisogno di far profitto o, peggio, render presente lo Stato nell’economia o, ancora, lanciare parole d’ordine fuori luogo, perché vi accoltelliamo alla prima curva”. Quello di Confindustria è un preciso disegno politico che non punta a fare priogionieri, neanche tra chi, come Giuseppe Conte e la sua maggioranza, ha un approccio teso alla costruzione di un progetto anche a costo di alcuni non facili compromessi. Esiste ancora, tuttavia, un “altro” progetto politico, non liberista, ancorato alle libertà democratiche, saldo nella tutela delle dignità sociali e nella promozione di un umanesimo sociale progressista? La Chiesa non si iscrive (più, e meno male) a determinati archi politici, ma è giusto che non faccia mancare la propria voce, indicando uno degli orizzonti possibili, declinando alcuni dei temi nel momento in cui è in gioco la dignità della persona. Appunto, la diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Per “vivere meglio”, come si sarebbe detto qualche decennio fa. Il punto sostanziale di tutta ‘sta faccenda, sul piano pubblico, è che o il “lavorare meno” è parte di una strategia generale che costruisca alleanze nella società e nella politica (e penso a democratici socialisti autentici come Peppe Provenzano), o sarà un fighissimo temporale primaverile, incapace di ristrutturare rapporti di forza. Ecco di cosa – io credo – abbiamo bisogno: un progetto. Prima ancora dello spazio in cui riconoscerci.

2. Cattolici/he, lavoro, reddito, libertà nei tempi di vita. Ora, capisco che il pontificato di Francesco – e meno male! – si presti ad una capacità di presa pubblica tonica grazie ai gesti, alla testimonianza forte, alle parole dette nel tempo giusto e al momento giusto. Si tratta di un asset importante di quel “populismo” di cui ha scritto Massimo Faggioli (anche se, come suggerisce Nadia Urbinati, è più corretto parlare di “strumenti populisti” a disposizione di una determinata leadership religiosa). Capisco anche che l’assenza di media “ideologici” di un certo peso come L’Unità di almeno un decennio fa, spazi e grandi organizzazioni (sindacati a parte) che si facciano carico di una idea generale del mondo porti facilmente anche i compagni e le compagne di viaggio più diffidenti verso la fede a guardare “all’editoriale compagno di Famiglia Cristiana”, all’Angelus del giorno, al titolo di Avvenire. E sono cose che non solo fanno piacere, ma raccontano la straordinaria capacità di una fede e della Parola di Dio di rendersi operosa, di per sé, nel tempo e nella storia. Una capacità cui le/i credenti è bene guardino con attenzione, sfuggendo quella “tentazione donatista” per cui ogni possibile novità proveniente dal “mondo”, dal “secolo,” costituisce un potenziale pericolo da affrontare con la barricata intransigente. Nel piccolo: diamine, se non è bello rendersi conto che tra amiche e amici l’Angelus o il Regina Coeli o il messaggio Urbi et Orbi non è solo una roba che riguarda “te, che tanto sei più o meno credente in quella roba” ma discussioni ordinarie e sincere. Dopodiché. Trovo sempre doveroso ricordare che, nella discrezione e nell’impegno quotidiano, ci sono organizzazioni, esperienze, biografie ecclesiali che portano avanti queste parole. Non parlo solo di quelle esperienze “fighe e progressiste” che tanto possono piacere alla parte di uditorio militante, ma di quei sindacalisti, di quei religiosi e laici che connotano in senso cristiano la carità. Perché, alla fine dei conti, si tratta di dignità sociale e di amore. Pensiamo al messaggio odierno di Papa Francesco: “In occasione del Primo Maggio, ho ricevuto diversi messaggi riferiti al mondo del lavoro e ai suoi problemi. In particolare, mi ha colpito quello dei braccianti agricoli, tra cui molti immigrati, che lavorano nelle campagne italiane. Purtroppo tante volte vengono duramente sfruttati. È vero che c’è crisi per tutti, ma la dignità delle persone va sempre rispettata. Perciò accolgo l’appello di questi lavoratori e di tutti i lavoratori sfruttati e invito a fare della crisi l’occasione per rimettere al centro la dignità della persona e del lavoro”.In queste parole non c’è solo il senso sociale della dignità della persona, il riconoscimento della lotta per i diritti contro ogni sfruttamento e disuguaglianza. Ma c’è il lavoro quotidiano della diocesi di San Severo, che nell’ottobre 2019 ha ottenuto un accordo col Comune per dare domicilio e residenza ai braccianti agricoli. Tanto quanto, ogni giorno, c’è il lavoro silenzioso condotto dal card. Krasniewski – ormai figura nota per i compagni dei movimenti sociali romani.

Tutto questo per dire: certo, bene, figo. Pero’ abbiamo (ancora) bisogno di una strategia e di una idea del mondo – magari progressista, ecologista e socialista. E la fede cattolica, nelle sue strutture ecclesiali e personalità, giustamente, non sarà a costruire una “pappa pronta” per alcun esponente o soggetto collettivo. Ma non mancherà mai di prendere la parola, con orgoglio e senso della storia, nel proprio tempo, al servizio della dignità della persona.