Don Lorenzo Milani, la scuola di Barbiana, il mondo del Lavoro.

La relazione tra don Lorenzo Milani e il mondo del lavoro è stata oggetto di una discussione sabato 16 marzo presso il circolo ARCI Rinascita, grazie all’impegno del gruppo Rosa Bianca di Pisa, che con Franca Panza abbiamo l’onore e l’onere di co-presiedere. All’ordine del giorno del dialogo, il libro “Quel filo teso tra Fiesole e Barbiana”. Ho rielaborato gli appunti presi per un’introduzione per riadattarli ad una piccola recensione online. Buona lettura.


Il testo di riferimento è una raccolta di saggi pubblicata dalle Edizioni Lavoro nel 2018. Nasce nel contesto di quei soggetti di studio ed analisi ascrivibili ad una certa tradizione sindacale: quella della Fondazione Tarantelli, quella del Centro Studi e Ricerche della CISL. Gli autori dei 17 saggi, introdotti dal curatore Francesco Lauria, abbraccia un arco di esperienze che si innervano nella storia sindacale con testimoni come Agostino Burberi e Paolo Landi, quadri nazionali CISL come Maresco Ballini e Bruno Manghi, Emidio Pichelan e Francesco Scrima. C’è il contributo di Giuseppe Gallo presidente della fondazione Tarantelli. La riflessione del compianto Michele Gesualdi, segretario della CISL fiorentina e presidente della provincia tra 1995 e 2004, tra i fondatori della Fondazione Don Milani. C’è la giornalista Sandra Gesualdi, Luigi Lama, Lauro Seriacopi della fondazione Don Milani. Una pluralità di racconti che si relazionano ad un contesto molto simile e ad una formazione politico-sindacale molto precisa.

Molto interessante è la presenza conclusiva di un’appendice documentaria con quattro testi significativi che individuano alcuni passaggi della vita di don Milani: la lettera del priore a Paolo Landi col documento dei lavoratori della Nuovo Pignone; un testo sulle assunzioni di don Milani stesso; la lettera della CISL a Giovanni Paolo II con la richiesta di decadenza del provvedimento di condanna della Congregazione per la Dottrina della Fede rispetto alla pubblicazione di Esperienze Pastorali (decadenza assunta solo nel 2013 con motu proprio di Papa Francesco); uno stralcio dalla presentazione che Michele Gesualdi aveva preparato per la prima presentazione del libro Don Milani, l’esilio di Barbiana, nel 2016 a Firenze, seguito da “lasciatelo camminare”, una lettera di accompagnamento di Gesualdi per un volume inviato allo stesso Bergoglio.

Quale la riflessione del pontefice venuto “dalla fine del mondo” rispetto al priore di Barbiana?

“Quando la decisione del Vescovo lo condusse da Calenzano a qui, tra i ragazzi di Barbiana, capì subito che se il Signore aveva permesso quel distacco era per dargli dei nuovi figli da far crescere e da amare. Ridare ai poveri la parola, perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Ed è la parola che potrà aprire la strada alla piena cittadinanza nella società, mediante il lavoro, e alla piena appartenenza alla Chiesa, con una fede consapevole. Questo vale a suo modo anche per i nostri tempi, in cui solo possedere la parola può permettere di discernere tra i tanti e spesso confusi messaggi che ci piovono addosso, e di dare espressione alle istanze profonde del proprio cuore, come pure alle attese di giustizia di tanti fratelli e sorelle che aspettano giustizia. Di quella piena umanizzazione che rivendichiamo per ogni persona su questa terra, accanto al pane, alla casa, al lavoro, alla famiglia, fa parte anche il possesso della parola come strumento di libertà e di fraternità”.

Sono parole di Papa Francesco tratte dal discorso a Barbiana del 20 giugno 2017.

Quale la temperie storica di riferimento?

Si parla di un tempo lungo, che parte con l’arrivo del giovane sacerdote di 31 anni nel 1954 presso un “luogo di approdo”, la comunità degli abitanti del Monte Giovi e che potremmo racchiudere sino al momento dell’archiviazione del suo procedimento presso la Curia romana: 2013.

Il senso della sua azione? Farsi povero tra i poveri, in una convinzione integrale che tiene assieme diversi aspetti:

  • il ruolo missionario della funzione propria sacerdotale, che porta don Milani a tratti di abnegazione etica non indifferenti;
  • il ruolo emancipatore della conoscenza, prodotto dei propri studi, favoriti da una famiglia di provenienza particolarmente facoltosa;
  • una “opzione preferenziale” per classi sociali emarginate e sofferenti che quasi anticipa Medellin – forse in questo il fascino esercitato su Bergoglio.

C’è un contesto specifico: la Chiesa fiorentina post-bellica, guidata dal cardinal Elia Dalla Costa (titolare della diocesi dal 1931 al 1961, Giusto tra le nazioni) – tanto diverso dal pisano cardinal Pietro Maffi.. – e che, garantendo un elemento di non compromissione con il fascismo, produsse una filiazione spirituale estremamente interessante sul versante intellettuale e pastorale. Tra i suoi discepoli meritano una speciale menzione i sacerdoti Silvano Piovanelli, Lorenzo Milani, Danilo Cubattoli, Ernesto Balducci, Raffaele Bensi, Bruno Borghi, Renzo Rossi, Enzo Mazzi che hanno avuto un ruolo importante nella storia della Chiesa fiorentina del XX secolo, attraverso una missione di frontiera rivolta verso le classi più povere e disagiate delle periferie e verso i detenuti. Era la Firenze di Giorgio La Pira sindaco (1951-1957, 1961-1965), dell’incontro con le culture del movimento operaio organizzato e di quelle Testimonianze che anticipavano lo spirito conciliare. Era la Firenze dello scontro e del conflitto tra vecchio e nuovo, come dimostrava l’invio dalla Santa Sede del cardinal Florit, che condannava – in altro contesto e vicenda – l’esperienza dell’Isolotto.

C’è la dimensione persistente di un umanesimo planetario che avvicina moltissimo il tratto pastorale a quello pedagogico e a quello della concezione della società. Un tratto che riscontriamo in molte organizzazioni, esperienze, personalità che, specie nell’Europa del secondo dopoguerra (o, in alcuni casi, anche prima del conflitto, come nella Francia dei “non conformisti degli anni Trenta”), si interrogano su quale possa essere la dimensione della solidarietà, del vivere la socialità, della presenza attiva al fianco e all’interno del proletariato proprio nel contesto in cui cala la Cortina di Ferro. Siamo in pieno Secolo Breve, con la piena condizione polimorfa delle sue vicende: capaci di divaricare le esistenze dei singoli nel nome dell’ideologia e, allo stesso tempo, spazio di fermentazione di incontri piccoli e grandi.

Il saggio di Bruno Manghi si sofferma su un parallelismo interessante, ossia quello tra la formazione assicurata da don Lorenzo Milani e la concezione della pedagogia sociale di Paulo Freire, in particolare sulla critica dell’educazione di tipo ideologico, “per promuovere un’educazione come coscientizzazione e passaggio da uno studio di subalternità a uno di autentica autonomia”. Freire, peraltro, fu alfiere di una rielaborazione interessante del ruolo della scuola obbligatoria e statale di cui il prodotto più interessante, all’inizio degli anni Settanta, sarebbe stato il Deschooling Society di Ivan Illich, che risentiva dello stesso tratto di critica per il centralismo statalistico come eredità sia liberale che social-comunista. Il nesso instaurato con don Milani sta nella frase del Priore per cui “su 27 ragazzi ci sono 27 maestri”: è l’assunzione di un magistero circolare ma che non dismette – aggiungerei – la centralità del pedagogo, che in tal caso è presbitero, anziano, modello educativo a sua volta.

Insinuo un elemento di dubbio, di perplessità: forse questa critica poteva trovare uno spazio di agibilità proprio grazie al secolo delle ideologie e delle barriere? Forse erano proprio le frontiere e la dimensione (mai del tutto) monolitica delle organizzazioni di riferimento ad offrire lo spunto per immaginare una spinta altra, una diversa relazione ed una diversa pedagogia?.

Altro elemento di sospetto: forse la critica che il “metodo don Milani” racchiudeva in sé circa l’organizzazione della società e dell’economia e circa il senso emancipatorio della detenzione degli strumenti di conoscenza era legata ad un’antropologia tendenzialmente positiva, poiché poggiava sulla fiducia di un miglioramento concreto e possibile delle condizioni di vita. Un miglioramento potenziale che, di certo, si scontrava con le situazioni socio-economiche molto difficili delle persone legate alla sua guida pastorale di Barbiana, con i conflitti con le strutture di potere dominante – basti pensare alla sua eredità circa la concezione di obbedienza.

Perché tali sospetti, forse ingenerosi e “cinici”, facili da spendere per un’opera pastorale che ha contribuito davvero a liberare le persone dalle proprie catene molto più di mille riflessioni ideologiche? Perché nei decenni della frammentazione e della società fluidificata, viene persino difficile non provare perfino nostalgia per l’assenza di reti collettive a fronte della delegittimazione dei corpi intermedi e della disintegrazione – più o meno raccontata come ragionevole, a mio avviso irragionevole – di ipotesi classiste.

Due concetti chiave sono persistenti nella pedagogia di don Lorenzo Milani, nei termini in cui è raccontata dalla raccolta di saggi: il ruolo centrale per i valori costituzionali, l’assoluto bisogno di far riferimento al concetto chiave della cura contro il me-ne-frego di ben altra origine.

Da questa duplice eredità, oltre che dalle scelte di vita di una parte dei suoi allievi, ha senso ascrivere alla storia sociale e politica del complesso mondo della CISL la funzione di vettore interessato delle prospettive suggerite da don Lorenzo Milani. Come numerosi saggi ed un’ampia letteratura storiografica hanno individuato, quello spazio vive la specialità, al netto di una rottura spinta nel 1944 da settori legati a doppio filo con l’ispirazione cattolica, di un sindacalismo non confessionale, plurale poiché antitetico al monolitismo social-comunista, disponibile a tassi di sperimentazione anche più elevati rispetto ad altri per un periodo che dura almeno sino alla metà degli anni Settanta, circostanza che renderà la CISL uno spazio agibile perfino per settori delle sinistre extra-parlamentari di matrice socialista ed anti-autoritaria. In tale esperienza, un elemento non è indifferente: c’è la tensione morale con cui è concepita la dimensione emancipatrice del lavoro e dell’economia, un elemento messo a frutto nelle radici multiformi del cristianesimo sociale a partire da metà Ottocento – con elementi di rottura e continuità che scavallano perfino la dimensione di “evento” del Concilio Vaticano II.

Quali prospettive di ricerca e di analisi circa la vicenda storica di don Lorenzo Milani tiene assieme il testo?

  • L’opera si propone come non memoriale, proprio nel nome del metodo di composizione dei saggi.
  • Va rimarcato il concetto chiave del lavoro come strumento di riscatto personale e collettivo, con una non indifferenza verso la dimensione di classe.
  • Esiste una inevitabile centralità per l’emancipazione da una condizione di vita grama tramite la funzione liberatrice dell’educazione.
  • Vi è la centralità del ruolo della persona umana, incomprimibile nelle sue dignità. Si tratta dell’essenza di una cultura personalista traslata attraverso numerose esperienze e organizzazioni, in particolare di matrice cattolica.
  • Si sottolinea il portato specifico, circa l’opera e circa l’eredità di don Milani, di una “etica del viandante” contrapposta ad una comoda “memoria dei sedentari”, fissata nella monumentalizzazione semplice.