Fa bene sentirsi utili.

Fa bene sentirsi utili.

Contribuire a qualcosa che, nella percezione di un collettivo e non solo tua personale, ha una dimensione di senso. Un senso che va oltre l’episodio, la circostanza pur importante, che definisce un lavoro di più lungo corso.

Per me ha avuto questa dimensione la partecipazione allo sciopero dei lavoratori dei servizi esternalizzati (mensa, portineria, pulizia, biblioteca) della Scuola Normale e della Scuola Sant’Anna, svoltosi ieri mattina. Presidio alle ore 10 in piazza Santa Caterina e poi via per la città, con chiusura alle 12 tra piazza dei Cavalieri ed ingresso di palazzo D’Ancona in via Consoli del Mare.

Ha avuto più senso che mesi assurdi e prospettive di vuoto cosmico che osservo, nello spazio sinistro.

Sentirsi utili quando si è dalla parte di chi lavora e si ritrova senza clausola sociale, con il proprio turno di lavoro portato a 11/12 ore, con ritardi nei pagamenti degli stipendi, con una condotta anti-sindacale da parte datoriale. Sentirsi utili anche quando non si è in quella condizione e si è lì, in piazza, anche solo per far capire che la comunità accademica, che di quei servizi ha continuo bisogno, per essere eccellente ha bisogno di questo lavoro, che quindi deve essere rispettato e trattato con dignità. Più del far parte delle top list dei ranking internazionali? Decidetelo voi e fatevi un’idea.

Parlo da dottorando (va bene, perfezionando per precisione..), cioè da soggetto in formazione che fa ricerca, con condizione assimilata ai co.co.co. Come dire: non timbro il cartellino ma verso contributi INPS. Non ho turni di lavoro, ma se non dessi un contributo alla comunità scientifica sarei cacciato in un nanosecondo – e vorrei vedere! Insomma, ho tutte le ragioni per dire chissenefrega, non è la mia vertenza, non è la mia vita materiale.

Credo invece che riguardi anche me. Anche se parliamo di persone non strutturate nell’organico del personale delle stesse Scuole, senza di loro non avremmo quello stesso ambiente accademico che tali Atenei propongono a livello internazionale come modello, che li rende quasi dei brand, luoghi non indifferenti in termini di rilevanza scientifica.

Mi riguarda, quindi non sto a guardare. 

Forse è nell’attivismo sociale e nella riflessione intellettuale che ci si può/deve rivolgere nelle fasi di crisi del politico, ma credo che ci sia qualcosa di più. Non solo quell’oggettiva malinconia che Enzo Traverso ha descritto di recente come nota storicizzabile e caratterizzante le persone e i soggetti collettivi che fanno attività pubblica e politica a sinistra. Malinconia come memoria e consapevolezza delle potenzialità del passato, come scrive lo storico – per intenderci. Credo che in questo sentirsi utili ci sia anche la coscienza che senza un investimento nei rapporti di forza reali della società qualsiasi opzione politica o politico-elettorale, buona o cattiva, giusta o sbagliata, abbia sostanzialmente un assente fondamento concreto. Se non sei nessuno nella concretezza, non sei nessuno. Anche la migliore delle bufale o la più immaginifica delle narrazioni ha bisogno di concretizzarsi in qualcosa di tangibile, visibile, toccabile. Una (delle tantissime, ne sono consapevole) vertenza nello spazio di relazioni che è proprio tuo può esserne un aspetto.

Ecco perché ho trovato più sensata e utile la mattinata di ieri di infinite discussioni sul ruolo della sinistra, il senso della sinistra, la classe dirigente della sinistra, la sconfitta della sinistra, la rinascenza della sinistra, le palle della sinistra, il colore della sinistra, la friabilità della sinistra, la frizzantezza della sinistra – e via così. Discussioni che alcuni fra quelli che conosco declinano nei termini che sono cari a molti: serve un partito, serve l’unità, serve una struttura.

E va bene, dico io. Dico davvero, senza astio né rancore: provateci. Fatelo.

Io, semplicemente, non ci credo – più.

L’ho fatto da quando avevo meno di 18 anni. In Puglia, in Toscana, in Francia. L’ho fatto quando valevi qualcosa perché portavi anche solo la carta d’identità con la stessa Regione di nascita di Nichi Vendola e quando Vendola se l’erano dimenticati pure quelli che lui aveva fatto eleggere. L’ho fatto in compagnia ampia e ristretta, a geometria radicale o con prospettiva di governo, con compagni di strada anziani o più giovani. L’ho fatto con convinzione e non rinnego la (mia) storia.

Mò basta. Non ci credo.

Non intendo essere parte del quarto (o era il terzo? so una sega io, avevo ancora il latte alla bocca al primo tentativo..) tentativo di aggregare pezzi contro altri pezzi per cercare altri pezzi che si staccheranno da altri pezzi ma solo se questi pezzi non voteranno Zingaretti ma chiameranno i pezzi (con o senza Grasso?) a intersecarsi con pezzi (di Boldrini?) per fare pezzi – nel senso di “figure”, oh, cosa pensate?

So che tra le persone che hanno tale orizzonte c’è tanta brava gente. Li rispetto e li ammiro, ad alcuni voglio pure bene. Ma non sono disponibile a proseguire in questa ricerca infinita di non-si-sa-bene-cosa mentre il mondo reale ti guarda e chiede: ma tu, esattamente, che vuoi?

Io, magari sbagliando, voglio un progetto. Una narrativa. Un solfeggio. Una base. Un filo rosso. Una linea interpretativa. Un minimo senso alle cose. I partiti, a mio avviso, o ne sono conseguenza o è preferibile che non esistano. Per anni i partiti sono stati demonizzati, per anni loro stessi hanno fatto di tutto per auto-demonizzarsi. Ritengo che tale percorso sia anche figlio dell’assenza di un progetto. Pietro Grasso diceva, qualche giorno fa: “Il mio sogno non è cambiato: voglio, insieme a tutte e tutti voi, contribuire a fondare un partito di sinistra, autonomo e alternativo ai partiti esistenti”. Lo ha fatto sulla scorta di dichiarazioni più o meno “di base” di gruppi locali che hanno scelto di promuovere, con differente prospettiva, la nascita di Liberi e Uguali come forza politica. Dimenticando, a mio modesto avviso che (1) forse proprio il fatto di fare una campagna elettorale in cui tre segretari nazionali e Grasso dicevano che sarebbe nato un partito dopo il 4 marzo e non che il loro primo atto sarebbe stato cancellare la Legge Fornero è proprio una delle cose che ci ha mandato (ulteriormente) a picco e che (2) la realtà, quella vera, quella che sta sostenendo il governo giallo-nero, quella dei circoli ARCI della Toscana in cui i frequentatori dicono che è meglio che una donna sia violentata da un italiano che da uno straniero (cui ovviamente negare la casa popolare), forse ha bisogno di qualcosa di diverso che di un (altro?) partito. Il punto (1) intanto ha prodotto qualcosa, e ciò è oggettivo: ci sono persone che vogliono fare questo partito. E io credo debbano essere lasciate libere di costruirlo.

“Se perdiamo qualcuno per strada non ci stracceremo le vesti” diceva giusto ieri Roberto Speranza. Una frase di una pochezza allucinante. Seconda solo alla pochezza di chi attende il disastro nazi-razzista del nostro Paese ai bordi del baratro mangiando beatamente pop corn, a pari merito con chi ha responsabilità nazionali ma continua a rivoltare il cerino sperando di non assumersi mai pezzi di responsabilità.

Mi è stato insegnato che quando qualcuno si allontana dal tuo spazio di relazione, da una comunità, almeno qualche domanda è utile porsela. Qui, nessuna introspezione, nessuna domanda, nessuna assunzione di dubbi e problemi. Va beh.

Dopo il primo turno delle elezioni comunali a Pisa avevo scritto del bisogno, a mio parere, di un reset generale. Un punto di ri-partenza, rispettoso e consapevole del passato, ma che partisse da una tabula rasa. Non mi aspettavo di valere qualcosa o di rappresentare chissà quale moto di riscossa popolare. Ad oggi, mesi dopo, a fronte dei sommovimenti dei micro-mondi sinistri, trovo che tale riscossa non possa che tener conto dei rapporti di forza reali costruibili nella società. Un amico e collega un po’ più convinto di me su alcune vicende, tempo fa mi diceva che ormai si sente più utile nell’organizzare presidi periodici antirazzisti nella sua Lombardia, con i Comboniani e le associazioni.  Altri si stanno sentendo più utili e impegnati nel costruire campagne di solidarietà per Mimmo Lucano e per l’idea di solidarietà ed integrazione della sua amministrazione a Riace. Altri ancora si stanno sentendo più utili e impegnati nel rimettere in campo una rappresentanza sociale ed un attivo profilo culturale nell’ARCI territoriale e nel sindacato. Forse è proprio dalla ricostruzione di un blocco sociale e dalla progettazione di una narrativa diversa e coinvolgente che puoi ripartire. Ti senti distrutto ed ammaccato quando ti rendi conto che è l’ennesima volta che usi la parola ripartenza, ma se ti guardi attorno e noi sei indifferente alla realtà, capisci anche che quello scatto è utile. A te, a chi ti sta intorno, al mondo che vuoi cambiare. Perfino a chi ti offende e dà del buonista.

Io sono per tornare a progettare.

In strada, in campo aperto. A battagliare, ad alzo zero. Con chi ci sta. Con il rispetto dei limiti reciproci delle nostre condizioni di vita. In modo autonomo e radicale.

Intransigente, perfino. A rivederci su questi schermi.