Il bisogno di una svolta: l’unica, possibile, «responsabilità»

La nostra città ha bisogno di voltare pagina. Le elezioni politiche sono state l’ennesimo segnale di una rottura, che molte organizzazioni sociali e personalità avevano prefigurato. La destra che vince in un territorio come il nostro, a partire dai voti incrementati proprio nei quartieri in cui è cresciuto disagio economico e malessere sociale, è solo la tappa conclusiva di un itinerario più articolato.

Credo, tuttavia, che non sia la necessaria conclusione.

L’amministrazione uscente non ha risolto le fratture della nostra comunità. Quelle fratture sono diventate rabbia diffusa e la classe dirigente dei partiti dell’attuale maggioranza ha scelto di non caricarsi di tale responsabilità, se non additando gli “altri” come irresponsabili, populisti, demagoghi, antagonisti. Hanno scelto di essere parte del problema e non pezzi di una possibile soluzione: ne prendiamo atto. Da qui l’unica possibile responsabilità da esercitare, ossia quella verso una comunità che è la nostra città.

Al netto di singole scelte che si possono anche aver condiviso, il giudizio verso gli ultimi cinque anni si può dire negativo. Ci sono perfino scelte interessanti ma non portate a termine: viene a mente l’ex convento di Santa Croce in Fossabanda, immobile pubblico inutilizzato destinato da un protocollo interistituzionale a supportare il bisogno di alloggi per studenti – elemento caratterizzante per la nostra città – e che ad oggi resta chiuso, vuoto. Perfino scelte politiche condivisibili pienamente, come la raccolta differenziata porta a porta diffusa ormai in molti quartieri, è stata controbilanciata dall’errore delle interrate nel centro storico.

È a partire da questi atti che si può affermare come una stagione politica sia finita.

Finita con tutta la sua rete di frontmen e frontwomen, coi suoi soggetti di riferimento.

 

Ora servono elementi di discontinuità: nei volti, nelle pratiche, nei contenuti. Se il bisogno di confronto espresso da diverse categorie, dal mondo del commercio a quello universitario, non trova risposte, conta a ben poco sollecitare forme di unità sulla mera paura delle destre. Le destre arrivano lo stesso, anzi: sono già fra noi. La sfida delle sinistre è invece impegnarsi ad elaborare un progetto, una visione. Per guardare non alla prossima scadenza elettorale, ma alla prossima generazione. Una visione che punti almeno al 2023, scadenza della prossima consiliatura. Si tratta di un bisogno espresso da numerose personalità del mondo della cultura pisana, che hanno chiesto unità e novità.

Prendere in carico questo appello significa provare a mettere in campo confluenze e convergenze tra percorsi e biografie diverse, per organizzare una nuova alleanza. Tanti sono stati gli appelli per la presa in carico dei problemi della nostra comunità: dai circoli ARCI che chiedono cura vera e fiscalità temperata in virtù del proprio ruolo di connettori sociali di quartiere, all’arcivescovo Benotto, che non più tardi dello scorso dicembre indicava (sulla scorta dei dati Caritas) nella mancanza di lavoro dignitoso e di qualità la ragione alla base delle disuguaglianze, al presidente del Parco Regionale, Maffei Cardellini, che domandava alle istituzioni locali di non abbandonare il principale polmone verde del territorio. Non ultimi, le lavoratrici e i lavoratori dei servizi esternalizzati dell’Aeroporto Galilei, quelli di CTT Nord, che raccontano di situazioni professionali caratterizzate da instabilità. Un terribile dato comune di queste vicende è il sentimento di abbandono e deresponsabilizzazione dell’amministrazione, al netto di atti di singole personalità. Da qui il bisogno di un progetto collettivo, un’operosa speranza su cui chiedere il consenso elettorale dei nostri concittadini e concittadine.

 

Punto del nostro riscatto dev’essere la sicurezza. Quella di un tetto sulla testa, assicurato a partire dal riuso degli immobili sfitti tramite incentivi: il recupero delle case popolari costruite nei decenni passati e non ristrutturate ci fa dire che l’unico DASPO dettato dalla prossima amministrazione dovrà essere rivolto alla grande speculazione immobiliare e contro il consumo di suolo.

Serve la sicurezza di servizi pubblici efficaci dove siano rispettate le dignità dei professionisti, senza forme fittizie di volontariato e combattendo le esternalizzazioni nei servizi. In tal senso, è necessario recuperare un ruolo politico centrale per l’amministrazione, socia in un numerose aziende partecipate, azionista in Toscana Aeroporti: disporre di un ruolo significa esigere che determinate prospettive, come il peggioramento delle condizioni di lavoro per gli operatori esternalizzati, siano combattute con nettezza immediata e con prospettive di lungo periodo.

Serve la sicurezza di rendere Pisa una città Jobs Act free, perché se è vero che la città ha sofferto meno la crisi grazie all’intensa presenza di lavoro nel settore pubblico, altri comparti come l’edilizia hanno subito una crisi profonda con la chiusura delle maggiori realtà del territorio. Piuttosto, il Comune può porsi la sfida di costruire, a partire da un progetto pilota del quale verificare gli esiti entro 24 mesi, un reddito minimo cittadino, da unire ad un patto di accompagnamento al lavoro.

Serve la sicurezza di presidiare i quartieri tramite la tutela della salute in prossimità di famiglie e situazioni di marginalità, magari senza una continua delega al pur generoso terzo settore. Serve la sicurezza di poter disporre dei beni comuni, senza spaccare la comunità nella città dei residenti contro quella dei turisti contro quella dei pendolari contro quella degli studenti e dei migranti.

Serve la sicurezza di provvedere agli spazi pubblici garantendo cultura diffusa, vivibilità sociale e pulizia in tutti i quartieri, non solo nel centro per rispondere (male ed incidentalmente) alla presenza dei più giovani. Una presenza che non può continuamente essere intesa come quella notturna, fastidiosa e caotica, perché è quella dei ragazzi pendolari da tutta la provincia e che trovano nel capoluogo e nei suoi spazi sociali da rendere diffusi uno spazio di vivibilità diverso. E poi, si vuole proprio parlare di vita notturna? Allora prendiamo esempio da New York, Amsterdam, Edimburgo: l’amministrazione individui un “sindaco della Notte” per costruire interlocuzione completa con commercianti, residenti, associazioni giovanili, pubblica sicurezza, collettivi ed artisti di strada che attivano la vita notturna, per renderla davvero armonizzata con le esigenze di tutte e tutti. Più una incubatrice creativa che un problema da titoli di stampa del giorno dopo.

Serve la sicurezza dell’innervare la presenza delle università, delle biblioteche e degli istituti di ricerca in tutto il tessuto urbano, senza la concentrazione in poli separati dal contesto cittadino. Se il campus è la città, questa deve poter esaminare il piano edilizio universitario e vederlo come parte integrante della progettazione urbanistica comunale.

Serve la sicurezza di potersi spostare fra area urbana e peri-urbana senza uno squilibrio nel trasporto pubblico ed aprendo un ragionamento sulla gratuità dei trasporti per determinate categorie e fasce d’età. Non più una gratuità “a tempo”, magari per incentivare singoli momenti, ma finalizzata ad un più ampio accesso al servizio da parte della popolazione. Più sicurezza si ottiene con un sistema ad elevata intermodalità, dove un biglietto unico per tutti i trasporti cittadini, PisaMover compreso.

 

Per progettare il futuro, da sinistra, serve un nuovo slancio contro la cultura della mera gestione dell’esistente, avendo il coraggio di mettere in discussione alcuni parametri strutturali di bilancio per individuare segmenti strategici. In questo senso, la ricerca di risorse va strutturata in un aumento della progressività fiscale: c’è il coraggio di rendere questo tassello centrale nelle scelte politiche?

Costruire l’alternativa per una Pisa civile e solidale è una sfida che deve raccogliere esperienze sociali ed intelligenze che hanno fornito un contributo rilevante alla discussione nel corso di questi anni, che non si configurano come soggetti sempre e comunque contro qualcosa, ma che esprimono un’idea inclusiva di città, entrando in gioco direttamente ed assumendosi la responsabilità di una sfida di governo.