Il bisogno (fisico e politico) del doppio tempo. Appunti da Emilia-Romagna e Calabria.

Nella tornata elettorale regionale compiutasi ieri, domenica 26 maggio, il centrosinistra di Stefano Bonaccini ha prevalso in Emilia-Romagna, vincendo la sfida che il salvinismo aveva assunto, a colpi di Bibbiano e citofonate minatorie, mentre Jole Santelli di Forza Italia ha vinto in Calabria. Due storie diverse, tra i molteplici dati elettorali di questi mesi, con cui facciamo i conti. E da cui è indispensabile, con lucidità, ricavare qualche ragionamento.

Il centrosinistra che vince con oltre il 51% in Emilia-Romagna conferma la guida della Regione con oltre 1,2 milioni di voti. Un risultato che non è per nulla scontato ed è anche frutto della mobilitazione delle Sardine. In cosa sono riuscite? Nel riattivare l’interesse per il voto nell’elettorato deluso ed amareggiato dei progressisti, coloro che perfino nel novembre 2014, dopo le elezioni anticipate a causa delle dimissioni di Vasco Errani, avevano disertato l’appuntamento elettorale. Dove avviene questo fenomeno? Nelle province centrali della Regione e, in particolare, nelle grandi città, con un effetto-traino essenziale da parte di Bologna. La prestazione di Coraggiosa, la lista rosso-verde guidata da Elly Schlein ed Igor Taruffi, in particolare, con circa 80mila voti, rilancia una presenza dinamica in una coalizione di governo – un “vendolismo di nuovo conio”, si potrebbe dire, in tempi molto più feroci. In cosa l’operazione Bonaccini, pur vittoriosa, manifesta dei limiti di cui si deve tener conto? In due elementi: il voto delle aree interne e delle province profonde, che ormai da una decina d’anni sono il nerbo del milione di voti del centrodestra emiliano-romagnolo – diamoci una letta all’Addio alla provincia rossa, per favore, pur se dedicata al Valdarno Inferiore! – ed un’offerta politica in cui si mettono assieme le richieste per un’autonomia differenziata parziale (su cui a sinistra non si è fatta sufficiente attenzione, basti leggersi il bel saggio di un Gianfranco Viesti, non proprio un bolscevico, Verso la secessione dei ricchi?) e l’idea, portata avanti da anni dai movimenti, di investire nel trasporto pubblico locale a partire dalla gratuità totale per i più giovani.

Il dato della Calabria, più che per la sopravvivenza quasi macchiettistica di Forza Italia – che tuttavia, sempre meno esistente sul piano pubblico, esprime i presidenti di regioni come Piemonte, Molise, Basilicata.. – e per il crollo del Movimento 5 Stelle dal 43 % delle elezioni politiche 2018 ad un 7.3 % che non consente nemmeno il ritorno in Consiglio Regionale, colpisce per due elementi.

  1. L’annullamento totale di una presenza della sinistra politica, incapace perfino di presentare candidature o liste di bandiera – come del resto avvenuto attraverso quelle “desistenze non dichiarate” in Abruzzo e Piemonte, checché ne dicano i dirigenti nazionali di Rifondazione Comunista – e che, nel momento in cui è riuscita ad eleggere una rappresentanza negli ultimi turni elettorali, lo ha fatto con liste “rossoverdi” in cui era consistente la carica carismatica di un protagonista locale – era il caso di Liberi Uguali Verdi con Marco Grimali e, appunto, Emilia Romagna Coraggiosa con Elly Schlein, o come fu Noi a Sinistra per la Puglia nel 2015, frutto postumo del vendolismo e dell’impegno di una straordinaria personalità come Guglielmo Minervini; basti pensare che in Calabria l’unico consigliere espressione della Sinistra, Giuseppe Nucera, ha cercato la ri-elezione con la candidatura nelle liste del Partito Democratico.
  2. Il peso pubblico del dibattito sulle questioni della Calabria rispetto alle regionali in generale, emblema di un disinteresse delle classi dirigenti e dei media verso il Meridione italiano che, ancora una volta, si manifesta in modo sconcertante e perfino con tratti di vittimismo autolesionista da parte di pezzi di opinione pubblica meridionale. A confronto con la “sala macchine del riformismo italiano”, infatti, il riferimento alla Calabria nel dibattito generale è stato più un atto dovuto da parte di TG e stampa che una presa in carico dei problemi di un territorio in cui lo smarrimento sconcertato dei più giovani è un tratto caratteristico, rilevabile facilmente da noi sudisti expat.

Una sinistra che non esiste nemmeno pro forma nel Meridione, in un Meridione che difficilmente “prende palla” nei dibattiti nazionali, se non per registrare passivamente la presenza sempre più forte della Lega ed il ritorno di una classe dirigente miserabile, senza un briciolo di prospettiva generale, vittimista ed asservita a qualche potente di turno: un colpo al cuore per chi ha vissuto gli anni della formazione politica proprio all’inizio della parabola pugliese di Nichi Vendola.

Che appunti prendere in vista degli appuntamenti regionali della primavera 2020 – tra cui le “mie” Toscana e Puglia – e, in generale, a riguardo della fase?

  1. La qualità dell’offerta politica e di un’alternativa progressista e democratica non si puo’ derubricare a “rotture di scatole dei cervelloni”. Il quid, la sostanza delle cose, è cio’ che ti distingue e ti fa giocare in un campo da calcio che sia tuo e non quello gestito da avversari. Questa domanda auspicherei sia al centro del momento rifondativo – sarà da vedere in che misura e con che reale disponibilità di apertura – annunciato da Nicola Zingaretti alcune settimane fa e su cui il ministro del sud, Giuseppe Provenzano, ha speso parole davvero appropriate, a partire dalla centralità politica del lavoro, in questa intervista. Se non è uno scherzo né una diga del tutto fine a se stessa quell’argine democratico e antifascista da costruire ogni giorno nel Paese, non si puo’ tuttavia immaginare che le persone e i corpi sociali dimenticati da anni o abbandonati alle solitudini sociali del liberismo si animino con le pacificanti parole d’ordine della “gentilezza progressista”: serve una dose aggressiva di riformismo sociale e progressismo d’attacco per il nostro tempo.
  2. La qualità (e la formazione) dei gruppi dirigenti è elemento da porre in robusta discussione, poiché si continua, nei casi di sconfitta o di vittoria di sinistra e centrosinistra, a fare affidamento costante a format ormai simili a loro stessi: l’amministratore espressione del “buongoverno” o la personalità carismatica del mondo produttivo. Certo che da tali mondi emergano certamente nomi spendibili per competizioni elettorali, fa veramente specie rendersi conto del disinteresse verso la formazione politica nei partiti o nelle strutture della ricerca e dell’istruzione, le cui figure intellettuali finiscono per prestarsi come mere coperture temporanee per mascherare l’inconsistenza del dirigente di turno.
  3. La sinistra-sinistra / sinistra-radicale / sinistra-d’alternativa non puo’ rinviare più la discussione su “a cosa serve” e “chi rappresenta” perché senza il protagonismo di qualche bella biografia, non serve ad alcunché e non rappresenta nessuno. Con questo spirito seguiro’ il congresso nazionale di Sinistra Italiana, dove auspico che si concluda la stanca ritualità che ci ha portato a replicare, dal 2008 ad oggi, stili, parole, prospettive che hanno perso il fiato e, per onestà verso una comunità e la storia, devono tirare una riga ed aprire una pagina totalmente diversa.
  4. Il modo in cui si rappresentano le cittadine e i cittadini, specie in vista del referendum sul taglio del numero dei parlamentari, non si puo’ lasciare ai peana liberal di Paolo Mieli e Marco Damilano, che da stanotte – in diretta da Mentana – hanno rilanciato il maggioritario e la legge elettorale detta Mattarellum (75% maggioritario, 25% proporzionale) come strumento affinché il Pd contribuisca a diluire ulteriormente il Movimento 5 Stelle: a questi Soloni del riformismo cordiale (e puntualmente sconfitto nelle urne e nel Paese) mi limiterei a ricordare che la legge elettorale non puo’ dipendere da una singola circostanza politica o umorale (l’odio atavico per il Movimento 5 Stelle e qualsiasi opzione politica radicale, sia pure a parole) ma dalla storia politica di un contesto e dal suo bisogno. Il bisogno di rappresentanza di un’offerta politica coerente, a mio avviso, continua ad essere prevalente nei confronti della cosiddetta “governabilità”, che si assicura solo e soltanto con accordi post-elettorali trasparenti, onesti, nelle sedi parlamentari. Una iniezione di maggioritario, diversamente, continuerebbe a distorcere il sistema verso una spirale presidenzialista in cui l’esigenza politica di rappresentazione delle persone verrebbe a consumarsi sempre di più, nell’ottica del “meno peggio rispetto a X” o del “tutti insieme contro Y”. Diverso è discutere di correttivi contro la frammentazione, come correttamente fa la proposta di legge elettorale proporzionale elaborata dalla maggioranza di governo con uno sbarramento consistente (5%) ma un giusto diritto di tribuna e con la fine dell’agganciamento in coalizione pre-elettorale. Una legge proporzionale che auspico sia presto portata in Aula per la discussione generale.
  5. Più in generale, c’è un bisogno fisico e politico di un doppio tempo di cui tenere assolutamente conto. Il tempo lungo di maturazione una riflessione organizzata sul mondo e sulla qualità di una proposta in cui abbiano reale diritto di cittadinanza la giustizia sociale, la redistribuzione della ricchezza e la dignità della persona in un ambiente da non sfruttare. Il tempo breve della risposta politico-elettorale a destre estreme che esistono, rappresentano fette di società e mondi colpiti dalle solitudini, sono disponibili a tassi sempre più elevati di aggressività e mettono in questione fette sempre più ampie dell’essenza delle democrazie nate nel secondo dopoguerra, infiltrandosi con intelligenza nelle contraddizioni e nelle ferite sociali lasciate aperte dal liberismo e dalle crisi economiche. Due tempi che non possono marciare separati ma che, pur distinti, devono tener conto l’uno dell’altro, perché senza il nutrimento della mente collettiva non si fa presa sulla società del proprio tempo, ma senza radicamento e interlocuzione politico-elettorale nelle navate del mondo non c’è pensiero che possa trovare rappresentazione. Diamoci il doppio tempo, per essere artigiani collettivi di buona politica e speranza.

P.S.: come lettura seria di analisi dei dati elettorali mi permetto di segnalare l’analisi dell’Istituto Cattaneo a cura di Marta Regalia, Marco Valbruzzi, Salvatore Vassallo.