Il fascino del funambolo, il bisogno di fermare la giostra.

Il fascino per una società ancorata al concetto di seduzione è capace di farti amare anche cio’ che è, umanamente, insano. O, almeno, molto poco fecondo.

Il fascino per la giostra, il non-equilibrio, l’instabilità totale, la fluidità, la seduzione come principio da applicare dal mercato alle relazioni. In questo fascino, accattivante e denso di soddisfazione di desideri, si annida la possibilità di diventare semplici merci: non più luogo di relazione e crocevia di contraddizioni da sedimentare, ma corpi soggetti all’andirivieni deciso “altrove”.

Un sentimento generale, forse un po’ generico, con cui mi approccio alla fase politica da qualche mese a questa parte. Ho maturato un senso di distacco, perfino di disgusto, per riti che io stesso ho contribuito a celebrare, nel piccolo e nel grande. Francamente, sento la necessità di fermare la giostra.

La crisi – anzi, non-crisi, se uno volesse tener presente il dettato costituzionale, ma va beh – dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte e con Movimento 5 Stelle e Lega come soggetti comprimari di un’alleanza ancorata al principio giuridico (privatistico) del contratto è stata mandata in frantumi dal ministro dell’Interno e vicepresidente del consiglio, Matteo Salvini, tra un moijto al Papeete Beach in Romagna e un’urlata in diretta facebook tra Sabaudia e Pescara. Urlate in cui “parlamentari, portate il culo a Roma” e “chiedo i pieni poteri” ti davano l’idea quasi di vivere un film. E forse è cosi’, per tante e tanti che seguono, votano, osannano, chiedono un selfie al Capitano o gli mandano un cuoricino via instagram. Perché cedere alla seduzione, lasciarsi soddisfare dall’urlo e non dalla stucchevole necessità di discernere le contraddizioni – alias “fare politica” – è forse solo l’ennesima tappa di un percorso iniziato negli anni Ottanta coi nani e le ballerine, proseguito col berlusconismo vs. giustizialismo, distintosi (poco) col renzismo e approdato nel figlioccio nazional-sovranista di Pontida.

Tutti a parlare di neo-fascismo,
ma l’ultimo a prendere i “pieni poteri”
fu questo signore qui. Si fa per sdrammatizzare, ovviamente…

Nadia Urbinati, in un recente intervento sul Manifesto, ha riassunto in questi termini l’ideologia del Capitano e il suo approccio attuale verso la precipitazione elettorale:

Il capopopolo pratica una forma di rappresentanza che ha davvero poco a che fare con il mandato elettorale, anche se di questo si serve per competere e vincere. La rappresentanza che crea è come un’incarnazione, un incorporamento del popolo nella sua persona, nelle sue parole, nelle sue scelte. Ogni distanza che lo separa dagli elettori scompare, con l’esito che il popolo si dà per fede al suo capo. Fede è identificazione. Come disse Donald Trump il giorno della suo insediamento alla Casa Bianca nel gennaio 2017: si celebra qui il popolo vero, non quello delle maggioranze precedenti che era rappresentato dai partiti dell’establishment. Il capopopolo è un leader che lotta per e conquista il potere usando le regole del gioco democratico; che vuole, anzi, e cerca il consenso elettorale come prova della sua forza. E fa un uso plebiscitario delle elezioni. Poiché non ha la pazienza della conta dei voti uno per uno – mira ai grandi numeri, alla poderosa e chiara vittoria. Un po’ come nelle assemblee di Sparta, dove non si conosceva la raffinatezza aritmetica del conteggio delle mani alzate, ma dominava la rozza percezione sensoriale – l’urlo forte era inconfondibilmente un segno dell’esito.

Ad un urlo che – bisogna essere chiari – rappresenta un segmento corposo e non indifferente del Paese, va contrapposto anzi tutto un metodo includente, quello costituzionale. L’unico metodo capace di includere anche chi attualmente urla sui social network. Un metodo in cui non esistono i pieni poteri. Significa dare centralità e forza all’unico luogo sovrano (il parlamento) in cui è deposta la sovranità popolare, limitata dal dettato costituzionale e mai sciolta da vincoli. Fare questo corrisponderebbe a suicidarsi? Potenzialmente, si’. Non per questo è una via che non va percorsa.

Perché corrisponderebbe ad un suicidio? Perché interpretare il metodo costituzionale e la centralità del parlamento nella costruzione del governo, cambiando anche maggioranza in un quadro di una medesima legislatura, se fatto con i volti dei “tecnici” e con le agende à la Monti del 2011-2013 ti conduce nello stesso “baratro” (demagogico, ancorché populista, poiché insiste su uno “strappo” interno alle istituzioni repubblicane di cui parla, in un più diffuso articolo, il giurista Carlo Cardia in questo articolo per Avvenire) di cui parla la Urbinati.

Riprendere un alfabeto minimo comune per le istituzioni democratiche non è qualcosa che si svolge in pochi mesi di “governo di eccezione”, ma si puo’ farlo solo bloccando, con necessaria spudoratezza, il tentativo di ritorno alle urne. E coinvolgendo finalmente quello stesso movimento neo-giacobino e filo-giustizialista emerso con forza nella tempesta del 2011-2013, ossia il Movimento 5 Stelle. Anche ora, dopo 14 mesi di governo al fianco dei nazional-sovranisti. Approfittare quindi con energia della messa a disposizione di un governo parlamentare, come auspicato perfino da Beppe Grillo, significherebbe ricostruire – con gradualità, un lessico che barri la strada sia all’urlo demagogico salviniano che all’aspettativa da pop-corn di qualcuno, tra le opposizioni liberali dell’attuale parlamento, più interessato a qualche mese per rifiatare che all’interesse generale. Serve, a mio modesto e povero avviso, un governo che prenda per i capelli le crisi in atto, da quella istituzionale a quella ambientale, abbia il compito di mandare in porto una legge finanziaria al servizio dei bisogni sociali dei cittadini e abbia un mandato non estemporaneo. Il rischio di un voto immediato o tra pochissimi mesi è lo scivolamento, a furor di popolo, in una trappola, che Cardia – ispirandosi alle riflessioni su potere e globalizzazione dello geografo politico John Agnew – chiama “trappola territoriale”.

In questa trappola immiseriamo la nostra capacità di analisi, cancelliamo sogni e speranze che vogliamo coltivare, non affrontiamo i nuovi temi dell’evoluzione storica, dall’immigrazione agli equilibri ambientali, dalla lotta alla povertà, alla violenza nei rapporti tra gli uomini. Se ci rinserra in un territorio, sfuma l’orizzonte universale, anche le istituzioni create per unificare i popoli si appannano, divengono quasi invisibili; ma se dimentichiamo le istituzioni universali, si aprono vuoti pericolosi, riempiti solo da egoismi più forti. Non a caso, da ogni parte del mondo, si guarda a papa Francesco e pochissime altre grandi personalità, soprattutto religiose, come a voci che sanno indicare il futuro a cui guardare e da preparare, parlano di ideali e valori, che soli possono evitare nuovi fallimenti. Questo magistero richiama la centralità dell’etica, e della ragione, come gli strumenti da sempre a base dell’evoluzione dell’umanità.

I rischi concreti dell’ispirazione etica e politica della “trappola territoriale” sono presenti già in questo momento sulla scena globale, con la pericolosa triangolazione Stati Uniti – Russia – Cina che strozza qualsivoglia possibile protagonismo europeo – tutto da qualificare nel suo contenuto, peraltro. Come sottolineato in un recente articolo per Foreign Affairs a cura di Ernest Moniz e Sam Nunn, infatti, il ritorno del “giorno del giudizio” (Doomsday nucleare) è il contenuto essenziale della fine dell’equilibrio tra potenze nucleari sancito da Reagan e Gorbacev negli anni Ottanta. Non sono appuntamenti in cui è possibile fare i conti in modo estemporaneo.

Ulteriore punto – mai abbastanza sottolineato nel dibattito pubblico, malgrado il temporaneo feeling pro-Greta di parte della stampa e perfino di poteri forti – è quello della catastrofe climatica in arrivo nel ventennio 2030-2050, in cui le condizioni materiali della Terra rischiano di mutare in modo negativo ed irreversibile. L’antropocene che uccide se stesso. L’allarme del National Center for Climate Restoration dall’Australia e dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) dell’ONU hanno espresso con chiarezza questi punti, molto di recente, individuando le conseguenze in termini di mobilità delle popolazioni, cambiamento climatico, relazioni geopolitiche. E consegnare il Paese al partitone degli inceneritori e delle grandi opere renderebbe un servizio a quest’agenda?

Un nuovo patto costituzionale di legislatura potrebbe ancorarsi a questo tentativo: quello di prendere di petto problemi autentici, nella consapevolezza delle diversità (basti pensare alla riflessione su TAV e grandi opere oppure all’agenda sulle politiche dal lavoro: come immaginarsi un governo con parlamentari di rito renziano che smantella o almeno perimetra il Jobs Act?) e nel bisogno congiunto di fermare la giostra, accettando il rischio dell’urlo inciucista o di singoli consapevoli mal di pancia (trovo detestabile, ad esempio, l’accettazione della retorica dei costi della politica e la cosiddetta riforma che diminuisce il numero dei parlamentari: meglio tagliare i privilegi che tagliare i numeri della rappresentanza). Del resto, l’invito di Pietro Grasso, Francesco Laforgia e Loredana De Petris (gruppo LEU-misto al Senato) di non votare la mozione di sfiducia al governo Conte, sostenendo invece la sfiducia individuale a Matteo Salvini (e quindi, come effetto politico, ai ministri leghisti), è apprezzabile e giusto, perché va proprio in questo senso. Recuperare l’alfabeto, i cardini minimi di un funzionamento sano.

Funzionerà? Non ne ho la benché minima idea. Per certi versi, siamo arrivati oltre la soglia del “non-ritorno”. Per altri, è il tempo delle scelte.

Ora, infatti, bisogna scegliere, tra l’interesse di una parte – che sia microscopica o potenziale maggioranza relativa non ha senso – e l’interesse generale. Sceglierei il bene comune.