Il fosso di Helm. Anzi. Quello dell’Arno e dell’Ofanto.

Gridavano e gemevano, perché il giorno era giunto recando terrore e meraviglia.

La Toscana ha bisogno di qualche parola in più rispetto agli spergiuri doverosi verso Feluccio Fitto e Ivan Scalfarotto cui, con orgoglio, sto contribuendo da qualche ora. La vittoria nelle elezioni regionali del 20-21 settembre della coalizione e del candidato presidente del centrosinistra è una barriera ulteriore al dilagare della destra ultra-nazionalista e turbo-liberista pur sotto mentite spoglie: il sostegno a Eugenio Giani, come a Michele Emiliano, non si può derubricare al frutto perverso di quei sondaggi brutti e cattivi (sempre esistiti, peraltro) che hanno spinto le/i progressiste/i timide/i ad un voto “contro Susanna Ceccardi”.

Postilla: il voto “contro” esiste ed è sempre esistito, altrimenti ci si dimentica che la scelta del/la presidente della giunta regionale, dai tempi della (pessima) riforma elettorale d’inizio anni Novanta, avviene con un principio essenzialmente presidenziale: chi arriva prima/o vince. Piuttosto, il problema starebbe in un voto che si configura come “solamente contro”, specie con legislazioni elettorali in cui la struttura presidenziale della scelta dell’Uomo solo al Comando (vale per Zaia come vale per Bonaccini e De Luca) si accompagna a premi di maggioranza che umiliano corpi anche ampi di elettrici/tori. Per tornare a noi, in ogni caso, ricordiamo che le scelte elettorali si fanno con un mix inevitabile di cuore (valori), mente (cognizioni razionali), visceri (speranze, paure, turbamenti, gioie): non siamo robot ma persone e l’indicazione di voto non può che essere una consapevole struttura di canalizzazione di tutto ciò.

Passiamo avanti.

La vittoria del centrosinistra in Toscana, Puglia e Campania non è un “pareggio”, il “3 a 3” di cui pure si parla nel dibattito, con una semplificazione indotta dall’agonismo che il giornalismo usa a larghe mani da diverso tempo. Il centrosinistra perde nelle Marche. Un sultanato serenissimo dilaga incontrastato in Laguna veneta. La Lega è in testa in Valle d’Aosta. In Liguria la bella proposta di Ferruccio Sansa, candidato unitario tra PD, 5 Stelle e sinistra, non va oltre un pur dignitoso 40%. Nel complesso, solo 5 delle 20 Regioni di questo Paese hanno al proprio vertice una figura istituzionale non riconducibile alla destra o al centrodestra.

Insomma: nel Paese reale resta presente, radicata, consistente e potenzialmente vincente (o, almeno, egemone nei discorsi pubblici) un’area conservatrice con cui fare i conti, con i suoi alleati internazionali (Trump, Orban, Bolsonaro), i suoi interlocutori preferenziali (i ricchi), la sua idea nociva di società e il suo interesse pubblico a usare gli strumenti democratici per svuotare diritti e dignità, separando e attizzando l’odio contro le/gli ultime/i. Esiste inoltre, dopo decenni di vergognoso lavaggio dei cervelli in salsa antipolitica, un senso di generale diffidenza verso la stessa democrazia intesa come processi lenti, articolati ma fruttuosi e inclusivi: in questo senso leggo la legittima vittoria per 70-30 del Si’ al referendum costituzionale per il taglio al numero dei parlamentari. Non una Armageddon, come indicato per errore da alcuni, ma una tendenza chiara, pur non condivisibile: altrimenti faremmo finta di non vedere le mappe elettorali che vedono il NO primeggiare solo in alcuni quartieri centrali e ricchissimi di alcune metropoli del Paese. Anni di diminuzione delle rappresentanze nei Consigli Comunali e Regionali, di riduzione degli (“inutili”?) Consigli Provinciali a camere elette in secondo livello con una mera concertazione tra interessi ed elette/i dei territori hanno condotto ad un esito ferocemente naturale, tanto quanto era “naturale” il percorso che nel 1993 condusse all’adozione della legislazione elettorale prevalentemente maggioritaria – e da cui, con estrema fatica, stiamo venendo fuori in questi anni.

La battaglia per un assetto istituzionale all’altezza dei tempi va spostata sui pesi e contrappesi che si stanno discutendo in Parlamento già ora: una sana legge elettorale proporzionale pura, l’abbassamento dell’età per l’elettorato attivo e passivo al Senato della Repubblica, la trasformazione dei regolamenti di Camera e Senato, una legislazione attuativa dell’art. 49 della Costituzione sui metodi democratici interni dei Partiti, la clausola di supremazia dello Stato verso gli Enti locali per equilibrare l’attuale Titolo V (proposta correttamente da Stefano Ceccanti), l’insediamento di un corretto bicameralismo asimmetrico tra le due assemblee. È possibile, c’è chi sta facendo queste battaglie e avrà senso portarle avanti con fermezza.

Sul piano elettorale, la vicenda storica, antropologica, politica e culturale del Partito Appenninico è finita: la (fu) provincia rossa, che da anni ha chiuso i battenti, lascia il posto, quando va (relativamente) bene, ad un’eredità democratica polisemica, che sarà necessario aggiornare, condividere, rilanciare, trasformare. Ecco perché il paragone più efficace per la battaglia toscana è quella battaglia, nel ciclo del Signore degli Anelli (libro III), che si combatte tra Uomini (Rohirrim, anzi, con una brigata elfica di supporto) ed Orchi (Uruk-hai e Orchi di Isengard, per la precisione, alleati dei Dunlandiani) per il Fosso di Helm: un bastione strategico, rifugio di civili, assalito da un esercito di mostri che ha la strada spianata non solo perché è numeroso e lanciatissimo, ma soprattutto per i tradimenti, i limiti e gli errori della stirpe umana. La battaglia del Fosso di Helm vede vincere i Rohirrim e associati, ma non è un trionfo: servirà un progetto generale ed inclusivo per chiudere la partita con Mordor e compari, distruggendo l’Anello per liberare la Terra di Mezzo da un germe maligno emerso – come bisogna sempre rammentare – dai propri stessi limiti. Servirà, peraltro, anche la morte violenta di Théoden e di un pezzo di “gruppo dirigente” che pure aveva consentito la vittoria del Fosso di Helm, ma che rappresentava una vicenda al tramonto, incapace di rappresentare il tempo che già è emerso.

È un’altra storia, è vero, ma almeno rendo l’idea.

Perché propongo un paragone tanto bizzarro? Perché nella presente sfida politica, è facile e giusto che ci si trovi, in una fase storica diversa, tra compagne e compagni di viaggio che definire “inattesi” è dir poco, ma che sono necessari per parlare a più mondi rappresentativi della società e delle generazioni in evoluzione, conservando i nostri valori solidali ed umanisti, evitando le facili nicchie. Succede perfino che una serie di esperienze, pur valide ed importanti, non trovino spazio e consenso nella fase difficile che viviamo, almeno, dal tempo di preparazione alle elezioni politiche 2018 sino ad oggi e che qualcuno ha chiamato (impropriamente, su certi aspetti) “età dei populismi”. Mentre scrivo queste parole sono in corso i conteggi elettorali che vedono sia Toscana – Sinistra Civica Ecologista alleata del centrosinistra (2.94%, con un 10% importante in città come Pisa, San Giuliano Terme e Calci) sia Toscana a Sinistra in autonomia (2.85%) fuori dal Consiglio Regionale: significa che il lavoro di Tommaso Fattori, Serena Spinelli e Paolo Sarti si chiude con questa consiliatura, mentre nella prossima la maggioranza di centrosinistra dovrebbe vedere 22 consigliere/i Dem e 2 di Italia Viva – esperienza politica, quest’ultima, in cui il tasso proprio di imbarazzo è superato solo dall’impudicizia liberalista della propria idea del mondo. Badate, a causa della legislazione elettorale avviene lo stesso pressoché ovunque: se la civica di sinistra Il Veneto che vogliamo elegge una sua rappresentante nell’ambito del già miracoloso 20% di consenso di Arturo Lorenzoni al pari di Linea Condivisa – Sinistra per Sansa,(2.47% e 1 consigliere regionale), Puglia Solidale e Verde in cui confluivano non solo Verdi e PSI, ma soprattutto la storia politica e la vicenda umana di SEL-SI nella terra del governo decennale di Nichi Vendola, fallisce l’ingresso in Consiglio Regionale, fermandosi al 3.8% a fronte di uno sbarramento del 4. Un’uscita di scena che fa molto male, che ha le sue cause sedimentatesi nel tempo e avrà le sue conseguenze. Si dirà: leggi elettorali pessime. Tutto giusto, tutto vero: ma non è forse tendenza degli ultimi anni, anzi, dell’ultimo decennio, la fatica costante di fare, costruire un consenso, forse superare di straforo uno sbarramento per poi veder cascare il castello di carte a partire dal primo giorno dopo le elezioni? A prescindere dal giudizio su una singola lista ed offerta politica, è una storia che si ripete con ossessione sconfortante.

Dalla provincia di Pisa gli eletti Dem, quasi certamente, saranno Alessandra Nardini e Antonio Mazzeo: due tendenze politiche e orientamenti diversi, di cui sarà indispensabile tener conto. Irene Galletti, cascinese, candidata presidente dei 5 Stelle e consigliera uscente, proseguirà il suo impegno in Regione: come da lei stessa auspicato in marzo, sarebbe da auspicare con una prossimità sempre più forte col taglio e con le scelte della maggioranza parlamentare nazionale. Spiace davvero perdere il lavoro prezioso, in particolare, di Fattori, che ho imparato a conoscere ed apprezzare in questi anni: non solo sul piano politico, ma anche rispetto alle capacità relazionali e alla disposizione all’ascolto sincero.

La fase nuova, a mio avviso, non vede tanto la novità dell’assenza dai banchi consiliari della “sinistra”: la sinistra non esiste in natura, ma si genera con processi lunghi e sedimentazioni serie. La fase nuova vede il bisogno di strumenti nuovi con cui confrontarsi, affinché le battaglie “contro” possano qualificarsi in impegni “per” una visione del mondo e della società, in cui la gestione del potere sia estirpata dai modelli e dal personale politico-economico che ha consentito l’arrivo di questa destra becera. Tali battaglie, anche sul piano elettorale, potrebbero seguire a brevissima: è ora in corso lo scrutinio delle schede delle Comunali di Cascina 2020, dove nell’area progressista abbiamo registrato le candidature di Cristiano Masi e Michelangelo Betti. Quasi certo un ballottaggio tra centrosinistra e centrodestra: occasione imperdibile, per quanto last minute, per iniziare a mutare non solo nel colore politico ma anche nel segno concreto le scelte strategiche dell’area pisana nel suo complesso. Partire dal secondo Comune della provincia, dal dirimpettaio della Pisa di Ziello e Conti, per un rilancio vincente della sfida progressista, ecologista, solidale. Si tratta di una responsabilità di tutte le sinistre, di tutte le progressiste e di tutti i progressisti: chiunque pensasse di tirarsene fuori ricorrendo ad un’autoreferenzialità fuori luogo e irresponsabile, quale che ne sia la parte, avrebbe il sommo merito di continuare a non capire un accidente di niente del mondo in cui ci troviamo.

Diciamola così: quella di domenica e lunedì, al massimo, è stata la battaglia del fosso di Helm. Un respingimento, riuscito nella sua parzialità, a totale rischio di insufficienza nel lungo periodo, di un’ondata neo-nazionalista in campo da anni. Manca ancora tutto il resto: il progetto, la visione di società, la proposta organizzativa. Almeno: ce ne sono in giro gli embrioni e i boccioli: bisognerà raccogliere, discernere, distinguere, fare le dovute scelte e prendere le strade più appropriate.

Togliamoci dalla testa i sospiri di sollievo, perché, fermata (in parte) l’avanzata della destra, bisogna risparmiare il fiato per fare una nuova strada.

In bocca al lupo a tutte e tutti noi.