Insorgenze ittiche, magari transnazionali.

Nel corso di una trasferta – l’ennesima, finché non prendo qualche calcio nei denti – per ricerca d’archivio in Francia, ho letto e affrontato i primi momenti del movimento delle c.d. Sardine, emerso a Bologna come spazio di piazza alternativo alla presenza di Salvini e Borgonzoni al Pala. Dozza. Nel corso di una intervista telefonica con Francesco Loi de Il Tirreno ho provato a raccontare le ragioni per cui uno “spatriato” con un mezzo piede in Francia avesse voglia di impegnarsi pubblicamente nel movimento. Ripropongo qui l’intervista realizzata in una pausa caffé presso la biblioteca della Fondation Maison des Sciences de l’Homme, boulevard Raspail. La (bella, non certo per il soggetto ritratto) fotografia è stata realizzata a fine 2016 dall’amico Emiliano D. nel corso della presentazione di un libro su Bernie Sanders realizzata al circolo Rinascita di Pisa.

Buona lettura!

Sardine in piazza anche a Parigi con anima pisana: «Cambiamo la storia»

Ettore Bucci: il nostro gruppo è a quota 550 e in crescita. Siamo lavoratori e studenti italiani nella capitale francese

FRANCESCO LOI 27 NOVEMBRE 2019

PISA. «“La prise de parole”. Si potrebbe descrivere così, con le parole dell’antropologo e gesuita Michel de Certeau, la forza propulsiva ed inattesa di una mobilitazione civica che stanno mettendo in campo le “sardine” in giro per l’Italia e il mondo. Prendiamo parola perché con essa possiamo cambiare la prospettiva, la vita. Perché sentiamo di avere il potere di rompere una ruota di abitudini politiche e riaprire una sfida. Con Anversa, Bruxelles, New York e Berlino, anche a Parigi ci siamo mobilitati», dice Ettore Bucci, dottorando in storia contemporanea della Scuola Normale e di Sciences Po Paris.. Bucci, attivista politico e sociale pisano dagli anni dell’iscrizione all’Università (è stato rappresentante nel cda del Dsu Toscana), è coordinatore provinciale di SI. Ora è impegnato a Parigi in ricerche sull’ispirazione politica dell’autogestione tra i cattolici francesi e italiani nei movimenti degli anni Sessanta e Settanta.

Bucci, lei è promotore del gruppo “Sardine a Parigi”: com’è partita questa idea?

«È successo per caso: nelle stesse ore, tre giorni fa, un gruppo di lavoratrici e lavoratori, studentesse e studenti italiani, in gran parte residenti o domiciliati part-time a Parigi (come nel mio caso), si è ritrovato: ad ora siamo circa 550 nel gruppo “Sardine a Parigi”, in crescita. Abbiamo usato le reti sociali per costruire i primi elementi di raccordo: cosa vogliamo fare, chi siamo, date di ritrovo. Per approfondire le ragioni della mobilitazione abbiamo chiamato un’assemblea pubblica sabato 30 novembre alle 16.30 alla sede delle Acli di Parigi: definiremo le forme della nostra piazza».

Vi state muovendo anche in raccordo con le sardine in Italia ed a Pisa?

«Certo, con gli altri gruppi di “sardine europee” e con il gruppo principale di Bologna, circostanza seguita da Valentina, quella che tra i nostri compagni di viaggio più si è attivata per questo raccordo. Riconosciuti dal gruppo bolognese, stiamo ora costruendo per il 14 dicembre una piazza di mobilitazione ed attivazione qui, nella capitale francese: “Parigi non si lega”. Perché farlo? Perché ne vale la pena».

Qual è lo spirito alla base della vostra iniziativa?

«Dopo anni di molteplici delusioni per le idee che in tanti in questo movimento coltiviamo, trovo essenziale contribuire a tali gruppi informali e alle mobilitazioni che liberano la potenza creativa di un’insorgenza civica che, presente in alcune battaglie importanti del nostro tempo (l’ambiente con i Fridays for Future, i temi di genere con Ni Una Menos, le vertenze per i diritti nel lavoro con i Riders), ora si produce nelle strade, in direzione contraria alla demagogia di destra».

E com’è questa mobilitazione vissuta da Parigi?

«La Francia è terreno privilegiato in cui battersi: qui una certa destra estrema è attiva dagli anni Ottanta e si è gradualmente presa il consenso anche di persone ai margini della società, spogliate di dignità e tutele. La battaglia delle “sardine” ha valore per noi: la democrazia, l’antifascismo, l’antirazzismo, le libertà ed i diritti costituzionali o vivono nella piazza, nei cuori e nei corpi delle persone oppure diventano involucri vuoti, incapaci di raccontare una visione, ridotti allo sterile meccanismo del “fronte anti-salvinismo” che, come nel caso del lepenismo, non è una garanzia. Siamo e sono consapevole della grande pluralità di idee presenti nel movimento: esso può vivere attraverso la sua forza trasversale. Ponendosi il problema della coscienza politica, sfuggendo l’abbraccio letale con una sola parte. Ora è il tempo dell’indignazione pubblica, aperta. Il tempo della presa di parola per dire che la storia, anche con qualche spinta, la possiamo cambiare».

Ma quale visione può arrivare dalla mobilitazione delle sardine?

«Ci sarà bisogno del tempo dell’alternativa, non con le ricette sciatte dell’ultra-liberismo di questi anni, che alla destra hanno aperto un oceano di consenso. Sarebbe però sbagliato determinare o prevaricare questo movimento, cercare in esso le ragioni di una “propria” visione del mondo. Sarebbe allo stesso tempo sbagliato disconoscere i valori comuni che condividiamo. Io stesso, da persona che crede nei corpi intermedi (partiti, sindacati, associazioni), reputo necessario questo inserimento, umile e rispettoso, con stile di ascolto e senza ambizione egemonica, in una frattura che potrebbe generare una partecipazione pubblica ancorata all’antifascismo, all’antirazzismo, alla nostra Costituzione repubblicana. In una patria che non è solo l’Italia, ma la nostra casa Europa e sì, anche Parigi».