La posta in palio nella (nuova) crisi di governo.

Inutile premettere che il contributo si inserisce nell’arcinota categoria dei “consigli non richiesti” e delle opinioni gratuite. Costituisce, più che altro, un allenamento al ragionamento politico, messo a disposizione di eventuali lettrici/tori.

Lo scenario è a metà tra il fotoromanzo e la science fiction. Dalla scena epica del VAR per i voti dei senatori Ciampolillo e Nencini, alla tragedia della fu destrorsa Renata Polverini, alle strambe dimenticanze del centrista Maurizio Lupi (intervento netto contro il governo in aula alla Camera per poi dimenticare di andare a votare alla prima e alla seconda chiama “perché stavo mangiando un panino”). Mettiamo tuttavia sullo sfondo questi micro-drammi con tratti simpsoniani (parlo proprio di OJ Simpson e non di quel capolavoro di antropologia culturale americana frutto di Matt Groening) per non farci prendere nella trappola – fomentata da fin troppo giornalismo di questo Paese, prima di tutto – di un racconto macchiettistico. Anche se (1) la classe dirigente non è all’altezza e (2) il giornalismo che trasla la cronaca politica nel campo del gossip urlato è il principale responsabile delle derive demagogiche indotte nell’opinione pubblica, salvo poi lamentarsi del “populismo”. Mettiamo in fila i fatti e diamo qualche riflessione.

  1. Alle 9 di martedi’ 26 gennaio è convocato il consiglio dei ministri con all’ordine del giorno le comunicazioni del presidente Giuseppe Conte, che annuncerà la salita al Quirinale per le proprie dimissioni. I numeri della maggioranza sono arci-noti: sicuri alla Camera, relativi (tendenti alla minoranza) al Senato. Le posizioni in campo sono peraltro chiare: il passaggio al Quirinale è la condizione affinché si possa allargare l’attuale maggioranza 5Stelle-Pd-Leu-autonomie/centristi.
  2. La crisi di governo è sempre una slavina: inizia con una palla di neve e non sai mai come va a parare. Quindi, meglio non fare gli apprendisti stregoni e restare alle prassi istituzionali, che un serio e rigoroso presidente della Repubblica come Sergio Mattarella seguirà senza forzature fatte in passato da lui stesso (Paolo Savona, do you remember?) o suoi predecessori (Giorgio Napolitano durante… beh, praticamente ogni giorno).
  3. Il re-incarico a Giuseppe Conte, con o senza giro di consultazioni da parte del Quirinale, è l’ipotesi più accreditata. Ipotesi che teoricamente ha in sé i numeri, perfino in Senato – se corrisponde a verità la dichiarazione di Italia Viva per cui non c’è pregiudiziale sul nome del presidente Conte per la composizione del governo. Poi, per certa gente, la vita è lunga e la memoria è corta.
  4. Laddove la maggioranza non fosse (ri)componibile, la disponibilità di Forza Italia – e di Italia Viva, per quanto espressa con notevoli arzigogoli – per la costruzione di un governo di unità nazionale / larghe intese, per il quale circolano i nomi di Mario Draghi, Carlo Cottarelli e Marta Cartabia, in caso di sostegno esplicito da parte di uno dei poli Pd-5stelle o Lega-FdI, condurrebbe ad una soluzione con numeri evidentemente realistici in questa legislatura. Ma con quale programma politico se non quello dell’austerità, in forza del potenziale di ricatto esplicito delle forze liberali (FI e IV, appunto) che ne sarebbero l’inevitabile baricentro? Con quale prospettiva per i partner potenziali se non quella di presentarsi al Paese, passato il semestre bianco ed eletto il nuovo Presidente della Repubblica (che sarebbe chi, a quel punto?) nel 2022 o alla scadenza naturale della legislatura nel 2023, come i responsabili di un massacro sociale di portata ancora più disastrosa di quello condotto durante il governo di Mario Monti (ed epigoni più o meno dichiarati)?
  5. La possibilità di andare ad elezioni anticipate si scontra con due circostanze non da poco: il semestre bianco del presidente della Repubblica, ossia la materiale impossibilità per Mattarella di sciogliere le Camere dopo il 3 agosto 2021, e l’evidente indisponibilità di una parte non quantificabile di parlamentari ad accettare l’interruzione anticipata della legislatura in vista di nuove Camere che avranno, nel complesso, 345 seggi in meno. Sbagliato ridurre tutto alla “poltrona”, ma è una circostanza di non poco conto.

La partita in gioco e gli (altri) attori in campo. Il punto sostanziale che pare passare in secondo piano è la ratio politica della crisi. Al di là dei racconti da corridoio, i fatti asseriscono che Italia Viva era pronta a mettere in discussione la maggioranza già a fine gennaio 2020, a causa della legislazione Bonafede, ritenuta non sufficientemente garantisca, dopo un bailamme di discussioni sulla legge di stabilità (sempre prodotto della cantera di Italia Viva) che avevano reso impossibile finanziare, ad esempio, un piano per la transizione ecologica che lottasse, con incentivi e disincentivi fiscali, contro le plastiche monuso industriali o il piano cashback per un passaggio dal contante alla moneta elettronica, per battere l’evasione fiscale in un Paese che ne soffre tantissimo. A tali fatti si è evidentemente aggiunto il bisogno di un pezzo di classe politica con un tasso almeno discutibile di potenziale sostegno elettorale nel Paese di farsi alfieri di attori esterni allo scenario politico. In parole povere: per un pezzo di mondo economico e di potere, questo esecutivo – che non è il governo dei soviet, ma un’alleanza un po’ scalcinata da una partito non ancora socialdemocratico e un movimento giacobino pigliatutto capeggiati da un avvocato cattolico-democratico equilibrista, per essere generosi – ha avuto certamente il merito di vincere una storica battaglia politica nell’Europa (e per l’Europa unita, è utile sottolineare: valga per gli affamatori turboliberisti con la coccarda della UE pronti a sparare alzo zero, tipo Emma Bonino) in materia di Recovery Plan, con i finanziamenti del Next Generation EU. Tuttavia, è evidente che per questi attori (Confindustria di Bonomi, per cominciare) non puo’ essere questo governo a tradurre linee generali in progetti concreti, strumenti di governo materiale e controllo della spesa che condizioneranno le scelte pubbliche da qui a tutto il decennio. Ed è evidente che questi attori sono sostenuti da (assolutamente legittime, voglio precisare) linee politico-editoriali di una parte ampia della stampa, pronta a puntare il dito su qualsiasi scivolone. Perché? Non è complottismo, ma opzione politica: perché un pezzo di mondo politico ed economico prova semplicemente odio cieco nel vedere la messa in discussione, per quanto timida e parziale, dello stato di cose presenti. Perché l’odore del Pubblico e dello Stato va bene per un temporaneo ristoro assistenziale (alle grandi imprese ma non a singoli o PMI), ma non per una programmazione pluriennale di investimenti, magari – oddio! bestemmia! – con la partecipazione organizzata e strutturata di soggetti produttivi a partecipazione interamente o parzialmente statale. Perché non dovrebbe esserci alternativa ad una salvifica alternanza tra liberal progressisti e liberal conservatori, e questo quadro disomogeno spacca l’idea (falsa e a-storica) del Paese normale. Da qui l’affondo su qualsiasi “populismo”, salvo rimuovere la ragione storica del rilancio italiano di tale fenomeno: le disusuguaglianze prodotte dalla scorsa crisi che, per quanto superate in termini di dati, ha lasciato un dumping sociale e un senso diffuso di rabbia sociale mai del tutto smaltiti.

Il progetto di governo e di maggioranza, il ruolo (non sostituibile) di Giuseppe Conte. Definire perfetta l’attuale maggioranza parlamentare e l’alleanza strutturale tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico (e centrosinistra al seguito) – ossia la strategia politica in cui mi riconosco, per essere chiari – sarebbe falso e imbarazzante. Non sono pochi i limiti in campo: l’imbarazzante gestione della vicenda di Giulio Regeni (con annesse commesse militari all’Egitto) va menzionata non solo per dovere di cronaca odierna, ma perché davvero è cartina di tornasole di quanto l’incapacità di rompere un dato quadro di rapporti economici e geopolitici infici anche sacrosante battaglie per la libertà della ricerca e per i diritti umani. Allo stesso modo, basti pensare a nodi insoluti come la legge elettorale, la riforma fiscale sempre annunciata e mai chiarita con annesso ruolo della patrimoniale (stoppata da Renzi come da Luigi Di Maio), la riforma del titolo V (che mai come ora ha senso nel tempo in cui è giusto discutere del ruolo delle politiche sanitarie). Tuttavia, questo governo e questa maggioranza ha dispiegato e dispiega – laddove confermata, anche come alleanza strutturale ed elettorale – un potenziale autentico, come raccontano le prese di posizione sul ruolo dello Stato nell’economia, la revisione dei decreti sicurezza di Salvini, il passaggio alla moneta elettronica in ottica anti-evasione, la transizione ecologica dell’economia e la scelta di tornare a investire in cultura, diritto agli studi, diritti sociali, sanità. Manca una visione generale e alcuni progetti particolari, ed è un problema: tuttavia, la strada è questa e va seguita. E va seguita con il sostegno alla figura di Giuseppe Conte: che non è Dio sceso in terra, è ancora il firmatario di ordinanze imbarazzanti di blocco dei porti, ha ancora un errato piglio paternalistico-tecnocratico a-politico. Ma è un punto di equilibrio vero e proprio: tra il centrosinistra che è stato e che torna a impegnarsi con serietà sul campo della rappresentanza dei bisogni sociali e quello spazio di ragionevole rabbia espressa nel civismo dell’indignazione e nella ricerca di una moralizzazione anche a-politica. Un punto di equilibrio necessario che si fonda sulla scelta del processo di integrazione politica europea e sulla collocazione geopolitica mediana tra amicizia atlantica e rapporto con la Cina emergente, abbracciata in modo positivo da Luigi Di Maio alla Farnesina. Un punto di equilibrio che si fonda sul dialogo con sindacati e parti sociali, la cui battaglia per avanzamenti concreti è sacrosanto sia autonoma rispetto ad ogni esecutivo ed ogni maggioranza, ma trova in questa rappresentanza politica uno spazio di ascolto e di intervento che non ci sarebbe stato, per fare un esempio, con il dirigismo di Matteo Renzi. Ecco perché #AvanticonConte non è solo un risibile hashtag orchestrato da qualche stanza, ma un punto preciso di condivisione che, non a caso, pezzi di stampa e di politica provano a forzare da mesi. No, cari/e: siccome è palese che non volete l’alleanza tra centrosinistra e 5 Stelle, state cannoneggiando l’unica figura che tutela quell’equilibrio affinché, nei fatti, possa saltare. Né Dario Franceschini né Luigi Di Maio a Palazzo Chigi potrebbero fornire lo stesso assetto in termini di confronto tra le parti. Ed è per questo che trovo sacrosanto e doveroso, per le forze progressiste, conquistare alla loro causa lo stesso Giuseppe Conte, affinché sia il portavoce di un’alleanza strutturale – e con una visione più netta e chiara dell’orizzonte politico, beninteso – anche nel caso di una sfida elettorale tra qualche mese. Giuseppe Conte a capo della nuova alleanza progressista in caso di fallimento dell’attuale legislatura.

Ipotesi voto: giusto tenerla nettamente in campo. Si tratta della naturale conseguenza del ragionamento sopra proposto. Da persona che si è battuta negli anni della crisi economica scorsa in soggetti collettivi, dopo aver osservato dalle piazze i Palazzi che si barricavano in loro stessi con la tragedia del voto alla Camera del 14 dicembre 2010 o con la scelta abominevole del centrosinistra parlamentare di accettare, su proposta di Napolitano, Mario Monti presidente del consiglio, dopo averne saggiato le politiche, consapevole dei rischi di una campagna elettorale e di un voto nel contesto di una campagna vaccinale contro un’epidemia globale, trovo che l’ipotesi del voto anticipato vada tenuta pubblicamente in campo. E mi rivolgo, in particolare, ai partner principali dell’attuale maggioranza: è palese il desiderio di sopravvivenza di singoli parlamentari, è conclamato che un pezzo di amministratori di centrosinistra (Bonaccini, Nardella, Gori) lavori per far saltare, assieme a questo governo, anche la direzione del partito Zingaretti-Orlando. Non è il tempo in cui replicare l’errore di Bersani nel 2011: si vada sino in fondo e si vedano le carte, perché il Paese abbia tutti gli elementi a disposizione per una scelta pubblica, netta, chiara. Nessuna “paura della destra” varrà la macelleria sociale che finiremmo per accettare in caso di sostegno a governi di larghe intese o di unità nazionale, che sarebbero fatti sulla carne di persone già duramente provate dalla crisi.

L’impegno delle progressiste e dei progressisti. L’organizzazione di una proposta politica ed economica all’altezza dei tempi spetta al Partito Democratico: questo è indiscutibile e lo dico da persona che ha svolto, sino al 2019, attività politica nella sinistra c.d. “radicale” – e tale esperienza e biografia politica non staro’ a rinnegarla in alcun modo, a differenza di taluni/e. Legittimo ritenere impraticabili e del tutto insufficienti tali vie, ma si preferisca assumere un punto d’ordine rispetto al “saltare la fase presente” anziché denigrare tale opzione. Non è realisticamente pensabile che nel 2021, fallite tutte le possibili opzioni unificanti “a sinistra”, a geometria più o meno variabile rispetto a personalità e partiti in campo, si torni a proporre forme raccogliticce, per quanto generose e pregevoli in molte linee guida, ma che non forniscono una risposta strutturale ai bisogni del Paese. Quel tempo, a mio avviso, come tutti i tempi storici che hanno un inizio, una ratio ed una conclusione, è finito. Aveva un senso, a mio avviso, con SEL di Nichi Vendola. Aveva un senso – altro e più radicale – con l’Altra Europa con Tsipras, ossia nel contesto del bisogno europeo di una proposta di radicalità tanto forte da raccogliere lo scontento prodotto da austerità e dalla mediocrità delle offerte socialdemocratiche. Aveva ancora un senso nel tempo del renzismo, per dimostrare che il turboliberalismo non era la parola finale del viaggio del riformismo italiano. Ora, in tutta onestà, non trovo abbia senso. Di certo gli strumenti che propongo non sono eterni perché non sono eterne le fasi: le ritengo, semplicemente, le più idonee a prender parola per rendere realizzabili ed esprimibili certe parole d’ordine, in un dato tempo e con date contraddizioni (ognuna/o ha la sua “destra” e la sua “sinistra”, in ogni spazio politico frequentabile). Ecco perché l’invito aperto è quello di raccogliere una sfida senza precedenti, nel contesto della seconda crisi che le nostre generazioni affrontano in appena un quindicennio di eventi: nella storia umana è pochissimo, per noi e per le nostre vite significa la vita in dignità o la caduta definitiva. Ecco perché bisogna riaprire qualsiasi possibile cantiere di idee e dare forza organizzata, articolando un riferimento non balzano al socialismo democratico, all’ecologia e al femminismo politico – ossia le due realtà che troppe volte sono state al centro del dibattito mainstream in formula quasi estetica, come per ritinteggiare le facciate di sepolcri antichi.

In buona sostanza: l’ennesima crisi politico-parlamentare, unita alle domande sociali frutto della tragedia dell’epidemia, costituisce uno spazio di presa di parola e di posizione che non si puo’ tralasciare, per la sua importanza e il suo futuro. Trovare uno spazio pubblico per rendere davvero agibili le parole d’ordine delle dignità sociali anche attraverso l’ottica del riequilibrio tra i generi, della partecipazione pubblica agli investimenti attraverso soggetti statali, della transizione ecologica dell’economia, dei diritti civili, del salario minimo per legge assieme alla tutela della rappresentatività sindacale e alla diminuzione a parità di reddito delle ore lavorative, della progressività fiscale a partire dalla patrimoniale, delle politiche comunitarie finalizzate alla stabilizzazione e promozione del processo di integrazione politico-sociale dell’Unione, dell’inclusione delle nuove italianeuropee e dei nuovi italianieuropei tramite uno Ius Soli. A partire da questa agenda, affermare un legame strutturale e di lungo periodo tra progressiste/i e Movimento 5 Stelle, attraverso la figura di equilibrio di Giuseppe Conte.

Ascrivetela, se volete, all’Utopia. Poi, pero’, ricordatevi che le Utopie fanno marciare il mondo per evitare che il mondo stesso precipiti nella più reale ed efferata Distopia. Una volta che iniziano a marciare davvero, si chiamano progetti politici: e solo nel tempo della crisi si possono manifestare con serietà, onestà, chiarezza.

La crisi è un fenomeno che investe tutti e tutto. È presente ovunque e in ogni periodo della storia, coinvolge le ideologie, la politica, l’economia, la tecnica, l’ecologia, la religione. Si tratta di una tappa obbligata della storia personale e della storia sociale. Si manifesta come un evento straordinario, che causa sempre un senso di trepidazione, angoscia, squilibrio e incertezza nelle scelte da fare. Come ricorda la radice etimologica del verbo krino: la crisi è quel setacciamento che pulisce il chicco di grano dopo la mietitura. [..] Sotto ogni crisi c’è sempre una giusta esigenza di aggiornamento: è un passo avanti. [..] La crisi è movimento, fa parte del cammino. 

(Papa Francesco, 21 dicembre 2020)