Le ceneri ancora cadenti di un cielo in fiamme: ritorno sull’89.

Da circa un anno faccio parte di un gruppo informale di lettura (“Patto di lettura”) coordinato dal prof. Emanuele Curzel (Uni. Trento). Lo scopo di tale gruppo, i cui membri provengono dalla “famiglia allargata” della rivista Il Margine, dalla storia della Rosa Bianca e di una “certa sfumatura” del cristianesimo democratico italiano, è molto semplice: ogni due settimane, a turno, un membro del “Patto” propone un proprio testo, con argomento a scelta. Le altre e gli altri del “Patto”, nelle due settimane successive, attraverso la posta elettronica, esprimono il proprio punto di vista sul tema trattato. Una esperienza bella, non strettamente “redazionale”, valida dal punto di vista dell’incontro con argomenti “imprevisti”, suggestioni circa l’attualità, tagli di luce nuovi su temi antichi. Il testo che propongo (“Le ceneri ancora cadenti di un cielo in fiamme”) è l’articoletto scritto per il mio “turno”. Da trentenne classe 89, forse, è un po’ scontato. Ma ci tenevo.

Buona lettura!

Nel numero 4 di Micromega del 1987 appare un articolo intitolato Il cielo in fiamme, prodotto congiunto delle penne di Daniel Cohn-Bendit e Adam Michnik. Se la vicenda di Cohn-Bendit è certamente famosa, in virtù del suo impegno pubblico a partire dalle mobilitazioni parigine del 1968, Michnik è parte del meno noto Sessantotto dell’Europa Orientale, oggetto di una recente raccolta di saggi curata dallo storico Guido Crainz edita da Donzelli ( Il Sessantotto Sequestrato. Cecoslovacchia, Polonia, Jugoslavia e dintorni, 2018). Esponente del Comitato di Difesa degli Operai (KOR) che diede origine a Solidarnosc, fondatore del quotidiano Gazeta Wyborcza nel 1989, come umanista era noto in Italia nel 1980 per la traduzione pubblicata da Queriniana del suo Kosciol, Levica, Dialog (La Chiesa e la Sinistra in Polonia, 1980), una riflessione sul concetto di libertà politica per la sinistra operaia che matura uno smarcamento dal Partito unico della Repubblica popolare.

Nel suo brano per Micromega, Michnik mette a disposizione della rivista un percorso intellettuale e militante che si dichiara ispirato sia dai circoli umanisti animati dai cattolici che dalla sinistra trockijsta francese, fortemente scosso dalla graduale scoperta dell’Arcipelago Gulag. Un riferimento che colpisce è quello ad un classico della letteratura polacca, il “romanzo ateo” Il cielo in fiammeNiebo w płomieniach, 1936), opera dello scrittore e saggista Jan Parandowski (1895-1978). Il protagonista di tale racconto, Teofil Grodzicki, è un giovane delle scuole medie polacche, profondamente cattolico, che affronta una crisi religiosa e la perdita complessiva di fiducia nel sistema di valori in cui aveva incardinato la propria esistenza, tramite l’esperienza del primo amore ed i primi atti sessuali.

Un rigetto, quindi, per un sistema di valori non solo pervasivo, con tratti integralisti, capaci di totalizzare l’intera esistenza, ma altresì capace di offrire una visione del mondo. Una crisi religiosa, che Parandowski aveva vissuto materialmente ed incardinato nel racconto, è la metafora con cui Michnik racconta la graduale sfiducia che, da convinto assertore del marxismo-leninismo negli anni della giovinezza ma con le consapevolezze e le spinte di rivolta del ‘68 globale, lo portano ad essere incarcerato, in ragione della solidarietà verso i cecoslovacchi, oggetto dell’invasione armata del Patto di Varsavia proprio nello stesso anno. 

Nei giorni della celebrazione, con tratti talvolta superficiali e monocordi, dei 30 anni dalla caduta del Muro di Berlino, frutto della leggerezza del dirigente della DDR Günther Schabowski nella risposta al corrispondente italiano a riguardo di novità legislative circa l’attraversamento delle frontiere, tale espressione è tornata molte volte ad affacciarsi.

Cosa si festeggia? Perché? Premetto una convinta mia adesione ai principi di liberalismo democratico incardinati nella nostra Costituzione e nell’unità europea, quindi in un sistema valoriale differente dalle prassi di governo della DDR e dell’Europa Orientale sino al 1989-1991. Le domande poste, pertanto, non s’intendono in una impossibile dimensione nostalgica.

Il punto che si intende sollevare è la qualità, la memoria e il senso di un processo di democratizzazione e di convergenza dell’Europa orientale dal dirigismo statalista con una precisa matrice ideologica – il marxismo-leninismo – ed una prassi materiale – la dimensione autoritaria e la compressione delle libertà civili – alla luce dei 30 anni da un evento simbolo.

Non starò a ricordare le persistenti condizioni sociali ed economiche di aree come le regioni della Germania Orientale che hanno prodotto, dopo un processo di unificazione-annessione, fenomeni diversi e complessi, dalla Ostalgie all’adesione elettorale di alte percentuali di tedeschi alla proposta di taglio neo-nazionalista ed autarchica di Alternative fur Deutschland, né l’estrema facilità con cui Ungheria e Polonia sono scivolate in consensi elettorali faraonici verso le proposte di una destra dichiaratamente illiberale e conservatrice, in alcuni casi agganciata alla casa europea dei cristiano democratici – il PPE, di cui fa parte Fidesz di Viktor Orban.

Mi basta sottolineare un confronto, tra un appuntamento popolare dimenticato ed una commemorazione istituzionale coi propri specifici significati politici.

Come ha ricordato il giovane studioso Andreas Peglau sulla rivista digitale Jacobin con l’articolo “Another East Germany was possible”, tradotto da Gaia Benzi per la versione italiana del magazine, il 4 novembre 1989 una folla di circa un milione di persone si era radunata a Berlino Est, senza alcuna autorizzazione da parte delle autorità, chiamati da letterati (come Christa Wolf) e artisti della città. I manifestanti domandavano che, nell’ambito del modello socialista della DDR, si superasse l’egemonia pratica del Partito unico (SED) con elezioni democratiche e multipartitiche, si concedessero libertà civili e di opinione dissolvendo la macchina della STASI, si rivedesse in senso anti-totalitario il complesso di valori cui si ispirava la Costituzione della DDR.

Il 9 novembre 2019, una celebrazione istituzionale ha unito Angela Merkel ai capi di Stato di Ungheria, Slovacchia, Cechia, Polonia, al memoriale di Bernauer Strasse. Alla cancelliera tedesca (la quale, con un gesto davvero importante ed opportuno, ha rammentato anche le vittime dei pogrom antisemiti del 9 novembre 1938) si sono uniti i principali esponenti del cosiddetto Gruppo di Visegrad (V4), l’accordo di cooperazione sottoscritto nel febbraio 1991 da Paesi dell’Europa orientale ex comunista, ora alfiere collettivo di istanze neo-nazionaliste, autoritarie, illiberali. Paesi che, come ricordato dall’analista Fabio Parola per ISPI, sono uniti dal comune passato dell’adesione al Patto di Varsavia e al c.d. “Blocco orientale” e attualmente, anche in forza di un ciclo economico favorevole, rafforzano le posizioni anti-russe, euroscettiche e sovraniste in seno ai consessi intergovernativi dell’Unione Europea. Posto l’inevitabile e comprensibile necessità che tali Paesi – e non solo – condannino l’autoritarismo di ieri, non appare un po’ forzato che l’episodio della caduta del Muro non sia una celebrazione del processo di integrazione europea, come sarebbe logico, ma una consacrazione del legame tra V4 e la Germania? Non appare incredibile che proprio governi sottoponibili a procedure di sanzione da parte dei consessi comunitari per condotte illiberali si ritrovino a Berlino a ricordare un episodio storico raccontato come epicentro di una Wende contro, appunto, un altro regime illiberale?

L’opposizione tra tali due eventi manifesterebbe l’adesione dell’autore del presente saggio a forme di sottile nostalgia verso contesti illiberali – di matrice filosovietica? Certamente no.

Preme tuttavia evidenziare come una pura e semplice sfumatura, ossia la possibilità di una riformabilità del sistema socialista rispetto al suo mero abbattimento, non sia una riflessione ucronica sulle vie che la storia avrebbe percorso in certe condizioni, quanto piuttosto una vera e propria dimostrazione della natura di magistra della storia. Anzi, delle sfumature di significato dei processi politici e sociali, decurtati con superficialità dal racconto pubblico dei media – racconto pubblico che ha quasi sempre alle sue spalle una rigorosa linea politico-editoriale, come dimostrava nella stessa (ex) Germania Ovest la condotta della casa editrice Springer – e dal desiderio di innalzare a modello universale la fattualmente inesistente marcia verso la libertà e la democrazia che avrebbe avuto il suo apice nella caduta del muro. 

Come Michnik scriveva riportando Parandowski, “il nostro cielo è in fiamme” perché crollano una serie di sistemi valoriali poggianti su processi storici che apparivano consolidati, ma sarebbe un errore grossolano con ricadute inevitabili nel futuro (appunto le “ceneri” che propongo in tale rielaborazione) non cogliere le contraddizioni dei processi di “cambiamento” che, alla fine dei conti, finiscono solo per consolidare le gerarchie sociali ed economiche esistenti, magari con panni e volti diversi, ma con lo stesso modello di gestione del potere, con lo stesso distillato di neo- od ordo-liberismo applicato con lo spauracchio del sovranismo neo-nazionalista, della “democrazia sovrana” alla Putin o alla Erdogan, che in verità appaiono più la versione (molto più) autoritaria dello stesso liberalismo di cui si fa nume tutelare un Emmanuel Macron.

È possibile – e, se si, come – concepire, pertanto, un racconto storico e pubblico del processo che ha portato alla caduta del Muro di Berlino e alla distruzione dell’assetto definito a Yalta che contempli tuttavia la possibilità, per corpi sociali, soggetti politici, spazi culturali ed individui nella loro singolarità, di esprimere un’alternativa di sistema?  

Oppure ha più senso addormentarsi anche noi sulle macerie del Muro, ripetendo la vuota speranza di un abbattimento dei tanti Muri posti ancora nel mondo (e in Europa), al massimo con la luce soffusa di un sogno che, come nel finale di Good Bye Lenin (2003), contempla l’utopia di un “socialismo dal volto umano”, anzi, col volto – finto – del cosmonauta Sigmund Jähn eletto presidente della DDR in sostituzione di un Honecker che sceglie il pacifico ritiro a vita privata? Di certo, non possiamo condividere l’amara profezia di Honecker (quello vero) nell’ambito dell’auto-difesa nel proprio processo ad inizio anni Novanta: 

Dopo aver conosciuto da vicino le leggi e il diritto della RFT molti diranno, con la signora Bohley, a cui i comunisti non piacciono: «Abbiamo chiesto giustizia. Ci hanno dato un altro Stato». Molti capiranno anche che la libertà di scegliere tra CDU/CSU, SPD e FDP è solo una libertà apparente. Si renderanno conto che nella vita di tutti i giorni, specialmente sul posto di lavoro, avevano assai più libertà nella RDT di quante ne abbiano ora. Infine la protezione e la sicurezza che la piccola RDT, così povera rispetto alla RFT, garantiva ai suoi cittadini non saranno più minimizzate come cose ovvie, perchè la realtà quotidiana del capitalismo si incaricherà adesso di far capire a tutti quanto fossero preziose.

Tuttavia resta in campo la domanda: è possibile determinare storicamente esperienze politico-istituzionali altre rispetto ai costituzionalismi liberali e/o vicende economiche in cui il capitalismo e il neo-/ordo-liberismo non costituiscono l’unica possibile cornice generale? L’America Latina, più della Cina e delle recenti “democrazia autoritarie”, è stata negli ultimi venti anni un laboratorio, certamente contraddittorio ma florido, di progetti, sperimentazioni, possibilità. Dal peronismo democratico a Pepe Mujica, da Lula da Silva allo stesso socialismo bolivariano, dallo zapatismo agli esiti non scontati del processo di graduale trasformazione di Cuba, è in quello spazio che si sono concentrate esperienze. Negli stessi Stati Uniti a presidenza repubblicana e trazione trumpista, socialism è una parola che torna sulle bocche della generalità dei giovani e delle working class, producendo non solo cenacoli intellettuali, ma proposte politiche cui l’ala liberal e moderata del Democratic Party guarda con difficoltà. Certo, come rammenta nei suoi post l’americanista Arnaldo Testi, le elezioni negli USA si vincono con (tutto!) un partito alle proprie spalle, ma si tratta di un elemento imprevedibile sino a qualche tempo fa. 

E allora, rispetto all’elaborazione di una memoria storica onesta e non ipocrita circa la Guerra Fredda e la Cortina di Ferro in Europa come rispetto ad una visione del mondo, c’è alternativa (di pensiero, se non di società)? A mio avviso, è nell’attuazione, difficile e quotidiana, del concetto stesso di memoria che si può trovare la legittimazione affinché le ceneri di un cielo in fiamme non cadano addosso a generazioni future: “serbatorio delle conoscenze in potenza”, la μνήμη di definizione platonica è un blocco di cera che accoglie impressioni ed è modellato dall’artificio umano. La memoria, a tal proposito, dei fatti raccontati, dovrebbe essere un’operazione pubblica trasparente, nel segno della definizione impostata correttamente dal sociologo Halbwachs. Un tentativo di distinguere la scienza storica dall’opera memoriale delle istituzioni e delle società è spiegato dallo studioso con queste parole, che suonano anche da avvertimento verso coloro – tanti, troppi – che ritengono funzionale al discorso pubblico la (inesistente, alla prova dei fatti) definizione di “memoria condivisa”, specie in relazione alle ritualizzazioni laiche di episodi storici che assumono un significato collettivo per una società: 

La storia può rappresentare se stessa come la memoria universale del genere umano. Ma non esiste memoria universale. Ogni memoria collettiva ha per supporto un gruppo limitato nello spazio e nel tempo. Non si può raccogliere la totalità degli avvenimenti in un unico quadro che a condizione di separarli dalla memoria dei gruppi che ne custodivano il ricordo, di recidere i legami attraverso cui erano uniti alla vita psicologica degli ambienti sociali dove si erano prodotti, e di non conservarne che lo schema cronologico e spaziale. Non si tratta più di rivivere le cose accadute nella loro realtà, ma di ricollocarle nei quadri, esterni ai gruppi, nei quali la storia dispone gli avvenimenti, e di definirli attraverso ciò che li differenzia gli uni dagli altri.

(M. Halbwachs, La memoria collettiva, Unicopli, Milano, 2001, p. 162)

Cosa ci interessa ricordare e per cosa? Quale funzionalità, più o meno nascosta, c’è nella voluta proposta (selezionata) di una certa memorializzazione, che agglutina un pensiero unico in relazione alla definizione di proposte politico-istituzionali, culturali o socio-economiche? Quale “cenere” rischiamo di posare sulla testa delle generazioni future laddove non si distinguano i tratti diversi dei nostri “cieli in fiamme”, laddove si affrontano passaggi epocali per una società e/o si determina storicamente una rivoluzione istituzionale?