Nuovo umanesimo o suicidio: vediamo le carte.

L’intervento del presidente neo-re-incaricato, Giuseppe Conte, all’uscita dal colloquio di giovedi’ mattina col presidente della Repubblica, ha espresso segnali interessanti.

Novità politiche, in termini di agenda. Novità potenziali di nomi e di competenze da coinvolgere nella compagine di governo. Il sottofondo di un ‘programma omogeneo’ chiesto (giustamente) da Luigi Di Maio, all’uscita delle consultazioni. Fa specie che il capo politico dei 5 Stelle condisca tale giusta richiesta con la ‘neutralità post-ideologica’: “non esistono scelte di destra o di sinistra, ma esistono solo scelte”. Una frase che poteva stare bene in bocca a Mario Monti nel 2011. Ma va beh.

Senza entusiasmi sperticati ma con un’apertura di credito che invito seriamente a fare, il progetto del “nuovo umanesimo”, europeista e critico, inclusivo verso le persone messe ai margini dalle disuguaglianze e concreto sul piano della tenuta democratica, puo’ essere l’occasione di una svolta di cui beneficia l’intero Paese o sarà un suicidio a breve-medio termine. Al massimo, buono per far respirare qualche pezzo parlamentare, dare ulteriori argomenti al ringalluzzito sovranismo liberal-autoritario delle destre. Un liberal-autoritarismo – su cui Stefano Palombarini ha scritto questo articolo interessante per la rivista Jacobin – contestato persino da Berlusconi, ormai ombra di se stesso, ma capace di dire che il centrodestra da lui fondato non puo’ avere una ideologia sovranista come egemone. Dopodiché, facessero pace con loro stessi: facessero i conti con cio’ che, dal 1994 in poi, hanno contribuito a disseminare nel Paese, in termini di disintermediazione, culto dell’uomo forte al comando, liberal-liberismo dissennato.

Senza entusiasmi sperticati ma con un’apertura di credito al Partito Democratico e alle sinistre che sceglieranno di condividere la maggioranza e il governo, questo pezzo di strada potrebbe seriamente far maturare il cambio di rotta di cui si parla (talvolta male e spesso in pochi) da anni

Si dirà: ma come, un cambio di rotta con il partito di Minniti e Renzi, con le donne e gli uomini del Jobs Act e della buona Scuola?

Rispondo: si.

Perché le alleanze non le fai tra simili, ma tra dissimili che individuano un terreno comune – se esiste. E l’alleanza delle sinistre anzi tutto con il Movimento 5 Stelle, a mio avviso, puo’ essere foriera di questo: d’un approfondimento forte di impegni presi con i riders ai tempi (della prima versione) del decreto dignità; d’una seria programmazione che usi la bozza di piano per la sicurezza idro-geologica per esprimere le infrastrutture utili al Paese; d’una agenda ecologica e dell’energia che mandi in soffitta sia lo Sblocca Italia di renziana memoria che le trivellazioni (autorizzate dal MISE anche con gestione Di Maio) che i mancati incentivi a risorse energetiche eco-sostenibili come la geotermia (basti pensare alla vicenda vissuta in #Toscana); di un fisco progressivo sui redditi che metta a tacere la prospettiva flat tax e favorisca la stabilizzazione dei contratti, le nuove assunzioni, la giovane occupazione; d’una rivoluzione della pubblica amministrazione che parta dai tantissimi concorsi per neo-diplomati e neo-laureati e stabilizzazioni dei precari, a partire da scuola, sanità, università.

Una presa di impegni non facile, che reclama un diritto d’inventario non indifferente e che, comprensibilmente, ai Calenda di turno potrà non piacere. Ma che costituisce una effettiva presa di petto dei problemi della nostra società, rottamando preventivamente l’ipotesi del “govern(icchi)o dell’emergenza” che, messo da parte Salvini e salvato il Paese dall’aumento dell’IVA, non ha un progetto né uno straccio di idea. Sarebbe il recupero (in extremis) di quelle occasioni perdute nel 2013 (dialogo Bersani-5stelle) e nel 2018 (incarico esplorativo al presidente della Camera, Roberto Fico) con cui quei milioni di cittadine e cittadini che hanno scelto l’espressione politica dell’indignazione democratica col voto al Movimento 5 Stelle troverebbero un ricongiungimento con le organizzazioni e i gruppi parlamentari espressioni del progressismo “tradizionale” (il Pd) e della residua sinistra-sinistra (Leu e dintorni): a patto, beninteso, di una discontinuità reciproca e comprensibilmente non facile da costruire, sia verso i 14 mesi di governo giallo-verde, sia verso gli anni di liberal-liberismo arrembante del Partito Democratico. Una discontinuità potenziale e tutta da costruire, che fa oggettivamente paura a un pezzo di grillismo (Di Maio e Paragone, e.g.) e agli alfieri teoretici del progressismo liberale (una parte del giornalismo riconducibile al Gruppo Editoriale l’Espresso, e.g.).

Senza un progetto minimo incardinato in una strategia di più lungo percorso, insomma, non si va da nessuna parte: sarà alla responsabilità delle forze politiche dare prova di coraggio e dire alle cittadine e ai cittadini che l’accordo in Parlamento è ancorato ad alcuni punti chiari.

La maggioranza e il governo in composizione tra Movimento 5 Stelle, Partito Democratico e sinistra sono pertanto un’occasione imperdibile di presa di parola, di investimento su questioni trattate male nel corso degli ultimi anni – come sottolineato da Maurizio Landini, “a prescindere dal colore politico”. L’occasione dell’alternativa, di governo e non certo non di società, rispetto alla quale mettersi preventivamente in una nicchia in attesa di (inesistenti) tempi altri sarebbe antistorico e impolitico.

Andiamo a vedere le carte.