Pillole di crisi – di governo.

Pillole di riflessione, per punti, nella piena crisi. Di governo.

  1. I due interventi odierni del presidente dimissionario del consiglio Conte sono stati saggi e corretti sul profilo – essenziale e non da poco – del rispetto delle regole democratiche, del rigore istituzionale e della trasparenza indispensabile nei processi parlamentari. Spiace che tale schiena dritta non abbia consentito di porre un argine a norme come i decreti sicurezza e alla criminalizzazione della marginalità condotta dal salvinismo a sirene spiegate. Insomma: il prof. Conte non va canonizzato politicamente, ma ha avuto la decenza di assumersi responsabilità istituzionali in un contesto in cui i suoi stessi vice pensavano ad un like o ad una diretta instagram in più. Non cosa da poco, nella società dello spettacolo e della seduzione elevato a rito costante nelle relazioni umane e politiche.

2. Fatta eccezione per uno straordinario Nicola Morra, presidente della commissione antimafia, e del capogruppo Patuanelli, stupisce l’assenza dei vertici pentastellati dal dibattito sulle prospettive post-crisi. Dopo che Beppe Grillo ha – giustamente, a mio avviso – sbattuto la porta in faccia al cazzaro lumbàrd, sarà il caso di fare qualche riflessione sul bombardamento intensivo dei corpi intermedi e dell’idea stessa di rappresentanza condotto in questi anni? Come la mettiamo coi provvedimenti che parlamentari fuoriusciti dai 5Stelle come De Falco e Fattori hanno seriamente criticato e indicato come liberticidi? Proprio sicuri che in 14 mesi di governo non ci sia niente niente da criticarsi?

3. Salvini e la Lega – un partito presente in tutta Italia, nelle istituzioni e nel senso comune, è da ricordare – si dimostrano più interessati a radicalizzare il proprio consistente pacchetto potenziale di elettorato che a intrattenere una basica dialettica democratica. Al netto di sbruffonate che tentano di allisciare i cattolici italiani e di tentativi miserabili di rimpallo delle responsabilità (mozioni di sfiducia mai presentate, telefonini accesi – in modalità aereo…, note politiche dalle spiagge), stanno alzando costantemente l’asticella dello scontro in una campagna elettorale iniziata sotto il governo Gentiloni e mai finita. Perfino l’europeismo critico e la rivendicazione della posizione atlantica di Giuseppe Conte non gli bastano: ora siamo all’allusione palese ad un’Italia che, “libera e sovrana”, combatte il “globalismo” (una serie di fenomeni – inesistenti o almeno descritti in modo approssimativo con il lessico dell’ultradestra conservatrice – che la nuova estrema destra mondiale annuncia di combattere, tipo la sostituzione etnica) rinchiudendosi nei suoi confini, distruggendo welfare e servizi pubblici, regalando ai piccoli sovrani locali alla Zaia un tronetto che svilisce l’unità nazionale. Il prossimo passo sarà palesemente l’uscita dall’euro e dall’Unione Europea con una retorica conservatrice destrorsa autoritaria anti-eurocrati che, se combattuta con l’europeismo fighetto e fideistico in salsa Emma Bonino, non può che vincere.

4. Matteo Renzi, che fuori dalla bolla degli addetti del settore corrisponde ad un moto di repulsione totale nel corpo dell’italiano medio (quello che ricorda sulla sua pelle il Jobs Act, tipo), torna con scaltrezza al centro della scena, contribuendo a tenere aperta la possibilità di quell’esecutivo 5Stelle – centrosinistra bloccata lo scorso anno nel nome dei pop corn. Rispetto all’incomprensibile atteggiamento autolesionista di Zingaretti e al netto di una certa strumentalità – che però ci starebbe in quasi ogni atto compiuto da un player politico… – dimostra di saper padroneggiare un registro linguistico essenziale per non abbandonare la scena. Peccato davvero che tale capacità non ci sia in chi dovrebbe farsi portatore di un’agenda politica e programmatica dell’alternativa a sinistra.

5. Liberi e Uguali, risorta incredibilmente per la sua natura di gruppo parlamentare sopravvissuto alla stessa lista elettorale, parteciperà alla consultazione presidenziale e ha avuto un paio di momenti di visibilità grazie all’intervento molto bello di Loredana De Petris la settimana scorsa sulla calendarizzazione della crisi e con la saggia proposta di Pietro Grasso di non essere subalterni alla tempistica dettata dalla Lega. Sarebbe curioso capire in che modo la ventina di parlamentari eletti costruirà una posizione per il futuro: consultazioni al Quirinale, eventuale partecipazione ad un governo e ad una maggioranza, selezione di una delegazione in un esecutivo, determinazione di un contributo di programma. Che ne so: Claudia Pratelli autrice della proposta che molto fece discutere sulla gratuità dell’accesso all’università sarebbe una figura straordinaria per il MIUR, come Marta Fana sarebbe la ministra del lavoro perfetta, con la Mazzuccato all’economia e Provenzano alle attività produttive. Ma per quale agenda, quale maggioranza, quale idea di società? E decisi/e in quale luogo, a partire da quale spazio collettivo? Con quali convergenze tra luoghi politici diversi? Mysterium Fidei.

6. La parte politica per cui ho parlato per un certo tempo spero faccia chiarezza con se stessa in modo definitivo perché, onestamente, ne avrei totalmente piene le palle di star dietro (come molte altre e molti altri) a non-progetti più simili a taxi di comodo che a idee del mondo. Un’agenda di alternativa sociale ed ambientale, ancorata all’uguaglianza e alla giustizia sociale, trovo che sia incomprensibile se non tratta con il principio di stringente realtà la questione dello spazio di forze con cui relazionarsi. A sinistra si sono persi anni interi a fare e disfare “progetti unitari, plurali e autonomi” e, personalmente, ritengo che questo tempo sia scaduto in termini irrevocabili rispetto alla fase. La linea dell’autonomia che diventa autismo e autolesionismo, salvo poche esperienze locali, credo sia da mettere in soffitta in modo netto, privilegiando quelle esperienze di civismo e buona amministrazione con positive attitudini di relazione con persone vere e problemi veri. Tipo quello che fanno amministratori come Francesco Corucci e Massimiliano Ghimenti, solo per restare all’area pisana.

7. A mio avviso, nelle inevitabili ristrettezze e nelle contraddizioni palesi, oltre che col rischio consistente di pompare consenso al serbatoio delle destre estremiste pronte a sfruttare l’allarme-inciucio in sfregio alla natura parlamentare della Repubblica, sinistra, PD e 5Stelle hanno davvero l’ultima occasione in questa legislatura per mettere in campo un lavoro di governo che si focalizzi sui diritti civili e sulle dignità sociali, sulla fiscalità progressiva al posto di cazzate come la flat tax, sul cambiamento climatico che tende a essere irreversibile, sul rafforzamento della protezione sociale e degli investimenti per non essere impreparati alla crisi della manifattura che si preannuncia vicina. Abbandonare questa possibilità mettendo l’interesse egoistico dell’individuo o della fazione prima dell’interesse generale sarebbe un atto criminale ed imperdonabile – tipo il Napolitano che nel 2011 inventò Mario Monti.

Una delle parti più imbarazzanti – e logicamente “memificate”, qualche volta anche con buon gusto – che lo scenario politico ci regala poi da qualche tempo, con punte deliranti ieri in Senato, è il rinnovato uso strumentale dei simboli della fede cattolica. Condotta giustamente stigmatizzata da padre Antonio Spadaro SJ, direttore della rivista La Civiltà Cattolica – e che per questo si è beccato luride offese dalla stampa fiancheggiatrice del salvinismo, circostanza che mi porta ad esprimere piena solidarietà – oltre che da molti settori dell’associazionismo confessionale e non.
Avvenire ha giustamente puntato il dito, con precisione, con questo articolo. Ma la guardia va tenuta altissima, a mio avviso per due ragioni.

1. La laicità sostanziale dell’assetto costituzionale è la base per una società basata sulla convivenza nella pluralità delle fedi. Non una laicità asettica e bacchettona, ideologica e indifferente, ma capace di riconoscere il valore inevitabilmente storico di alcune confessioni per una storia nazionale – il cristianesimo, in particolare – senza conferire un primato formale o informale. Una laicità che accoglie va tenuta viva nella condotta quotidiana di chi è inevitabile “influencer” della vita pubblica, come appunto i rappresentanti delle istituzioni e i capi dei partiti. E, come Paese che ha vissuto per un quarantennio con una classe dirigente espressione del “partito dell’unità politica dei cattolici (in funzione anticomunista, ndr)”, come credenti della Chiesa Cattolica incidentalmente nello spazio politico, a ogni livello, abbiamo il compito morale e storico di fare più attenzione degli altri.

2. L’uso strumentale delle religioni e dei simboli di fede, specie se intrisi di pura mistica e neanche del tutto riconosciuti dall’istituzione ecclesiale (come le apparizioni di Medjugorie), non è certamente una questione del nostro tempo. La fede come strumento di relazione di potere o i suoi simboli usati come punto di contatto pre-razionale ed umorale tra un ceto dirigente e un popolo creato ad acta sono un tratto costante della storia umana. Da storici, stupirsi sarebbe assurdo. Da cittadine e cittadini, attivisti, parte del personale politico o rappresentanti istituzionali, va assolutamente rivendicata quella sedimentazione graduale, un gran parte moderna ed europea, che è l’intelligente e rispettosa separazione tra “le cose del mondo” (Cesare) e “le cose dell’altro mondo” (Dio). Trovo non così problematico che un leader politico trovi nella preghiera, personale e collettiva, un approccio per capire sentimenti, porre i ragionamenti sotto una luce trascendente ed alta. È giusto, per me, provare a leggere le contraddizioni della sfera politica alla luce del Vangelo, consapevole dei miei stessi limiti nella risposta alla sequela di Cristo, richiesta ad ogni credente.
È infame e putrido produrre un atto che riguarda una comunità di fede – la consacrazione al Cuore Immacolato di Maria – e imporlo nei fatti ad una società plurale, fatta da agnostici, indifferenti, credenti in altro, credenti con sentimenti e pensieri magari più articolati.
È infame e putrido usare un simbolo – che sia la Croce o il Corano, per capirsi – come manganello culturale, smantellando lo stesso sistema di valori che rappresenta, materializzandolo e rendendolo una merce profana al servizio dell’opportunità del momento, saltando così da un moijto in spiaggia al santo rosario con una piroetta pure maldestra.

Insulta pure i fanti, lascia stare i Santi.