Questioni di alfabeto e cultura sulla politica.

📌 Dalla rassegna stampa di oggi sul #pianoCoalo: un post lunghino.

Una delle cose che più mi fa impazzire è l’uso senza senso delle parole. O, peggio, il tentativo di distorcere i significati, contribuendo ad affermare un senso comune da orientare e manipolare secondo un punto di vista oscurato.

Rassegna stampa di oggi. Un tratto comune orienta diversi contributi – Ciriaco su Repubblica, Galluzzo e Giavazzi sul Corriere, Deaglio sulla Stampa, chiunque su Il Tempo – a proposito delle implicazioni del c.d. “piano Colao”, presentato dal gruppo di lavoro coordinato dall’ex dirigente d’impresa Vittorio Colao. Sintetizzo i punti che trovo somiglianti nelle varie narrazioni:

1. il piano è fighissimo;

2. il presidente del Consiglio, anziché convocare le parti sociali o pensare che pezzi di Stato abbiano poca voglia di seguire una rotta – che ne so? – socialdemocratica o di umanesimo sociale definita dal governo, dovrebbe attenersi scrupolosamente a quel progetto;

3. la politica dovrebbe discutere a partire da quel solo progetto, in quanto, in sé, incapace di assumere un orientamento razionale, ragionevole, ponderato;

4. gli screzi nella maggioranza parlamentare [e non solo, si pensi alla vicenda della firma dell’economista Mariana Mazzuccato] sono tali e tanti da compromettere la stabilità del governo e tanto vale poggiarsi completamente sul #pianoColao.Tali punti partono da premesse intrinseche che una parte ampia di classe dirigente di questo Paese (non parlo solo di imprenditoria e politica, ma anche di giornalismo ed accademia) ritiene, perfino dopo una pandemia di dimensioni storiche, inamovibili:

  1. la lettura politica del presente e del futuro, in sé, costituisce un reato;
  2. una qualsivoglia narrazione tesa ad ampliare, sia pur marginalmente e temporaneamente, il ruolo del potere pubblico rispetto alla direzione economica costituisce una bestemmia (si veda Galli Della Loggia ieri sul Corriere, ndr);
  3. “bravi tutti eh, il virus più o meno non c’è più, ma adesso anche basta, non penserete davvero di voler governare questo Paese?”
  4. “i tecnici sono bravissimi, non penserete mica che possano sbagliare, verooooooooooo?”

Quello che tali articoli non dicono o dicono solo in parte è pertanto una naturale conseguenza:

  1. Conte dovrebbe comportarsi come un Monti qualsiasi;
  2. “privatizzate anche le vostre madri”;
  3. “tagliate le tasse, anzi, pagateci i fatturati perduti”;
  4. “non pensate neanche per scherzo di usare i miliardi del Recovery Fund per ampliare le reti di protezione sociale o la presenza pubblica in economia e nell’industia, senno’ vi scarichiamo addosso tanti di quegli insulti sull’assistenzialismo che vi sentirete male a sfogliare i nostri savi giornali”;
  5. “ah, beh, non pensate che ci siamo dimenticati del debito pubblico!”
  6. “patrimoniale? progressività fiscale? ma siete scemi?”
  7. “la burocrazia fa schifo” “ma che c’entra?” “l’amministrazione pubblica è farraginosa” “ma che significa?!” “cosi’, debbbotto, senza senso”
  8. “ehi, qualcuno lo dovrà pagare il debito, giusto? e i poveracci a che servono, alla fine dei conti? avete presente la sanità pubblicahahahahahahah..?”

In estrema sintesi. Viva la libertà di stampa ed espressione, figuriamoci. Dopodiché. Premesso che Giuseppe Conte non è la buonanima di Togliatti ma al massimo un Fanfani che ce l’ha fatta (e mi va benissimo, ndr), si conferma un voluto e pubblico atteggiamento di snaturamento ostile del lessico politico da parte di un pezzo di dirigenza del Paese, che ha le sue bocche da fuoco in quasi tutte le principali testate giornalistiche quotidiane a turatura nazionale. Il lavoro di opinion making (nient’altro che una manipolazione, simmetrica, in salsa un pelo più democratica e più raffinata rispetto all’altrettanto deprecabile operazione di false notizie diffuse dai network e dalle reti riconducibili alla destra estrema) è sempre antico e sempre nuovo, in tal senso. Riprende l’impostazione liberal-liberista degli anni Novanta col suo sogno di un Paese normalizzato, la ripulsa verso qualsiasi riflessione altra, che sia potenzialmente sfuggente (Gualtieri) se non proprio alternativa (Provenzano), e ha il bisogno assoluto di spingere fuori dallo spazio di rappresentanza politica chi, pur con tantissimi limiti, ha catalizzato una rappresentanza civica indignata, per quanto giacobinesca e piglia-tutto (i 5 Stelle), aizzando i loro più imbarazzanti esponenti (Di Battista) per continuare a destabilizzare la maggioranza, con l’interessato supporto di quello zombie politico che è Matteo Renzi.

Non è per nulla complottismo, intendiamoci. Si tratta di un serio, articolato, legittimo e conclamato progetto per il Paese. Un progetto con la sua cultura, i suoi asset tesi alla costruzione del consenso. Come ha sintetizzato Emiliano Brancaccio oggi “solo Confindustria ha le idee chiare, ma sono sbagliate”. E nel dire Confindustria, a mio avviso, si fa riferimento al soggetto politco-economico più avanzato nella teorizzazione e la costruzione pratica, a botte di colpi di forza, di un “nuovo ordine” con cui uscire dalla crisi. Un “nuovo ordine” che ha fiancheggiatori trasversali, liberali e conservatori, coperti da etichette insufficienti. Fiancheggiatori che si confrontano su alcuni temi (diritti) ma che procedono a ranghi uniti quando si tratta di colpire duro rispetto alle strutture socio-economiche e nelle politiche di prospettiva.

Ecco perché, a mio avviso, bene il dialogo sociale avviato dal governo col metodo del confronto e degli “Stati generali”. Bene il senso profondo dello Stato e delle istituzioni repubblicane. Doveroso, tuttavia, è fornire un programma generale e pluriennale di politiche progressiste e democratiche. Ce lo dicevamo già all’inizio del governo Conte II: o ci sarà un progetto di Paese e una visione generale fortata avanti dalle forze politiche in alleanza con reti sociali – di “umanesimo sociale”, come correttamente accennato dall’avvocato di Volturana Appula – o ci sarà già in campo un progetto di società e di Paese composto a tavolino, che spaccherà le ossa alla maggioranza delle classi sociali e delle persone del nostro tempo, le più deboli e le più ferite, dalla “normalità” pre-Covid e dall’epidemia medesima.

L’inverno sta arrivando.