Sardine, qualche mese dopo. Verso un terzo tempo?

Nel corso di novembre il movimento delle Sardine, con un’agitazione di piazza ampia, imprevista e diffusa, ha affaticato la presa egemonica della destra estrema sul discorso pubblico.

Affaticare, in politica, non fa per forza rima con “contrastare” o “sconfiggere” ma è una premessa indispensabile ed utile: dimostrare che le piazze e le parole non stanno tutte in un solo campo è utile per azionare processi nuovi, per iniziare a spostare il consenso, per dare gambe alla capacità di ascolto in uno spazio più ampio di nicchie identitarie. Il messaggio delle Sardine, in Italia e in Europa, è stato ed è il richiamo verso un discorso pubblico sganciato dalla violenza demagogica di una parte della destra e verso i valori democratici della nostra Costituzione: un messaggio di speranza che ha chiara la diversità tra sinistra e destra e che invita ogni classe dirigente a praticare la complessità e la visione strategica, anziché “il circolo vizioso del selfie-government”, come scritto di recente da Damiano Palano

È stato il “primo tempo” delle Sardine: un primo mese durato dal 14 novembre bolognese al 15 dicembre romano, con intermezzi belli: per la nostra città, la piazza dei Cavalieri gremita da oltre 7000 persone la sera del 14 dicembre e, per me, la costruzione della piazza parigina del Trocadero come “sardina anonima tra tante”. È un bel modo per praticare le piazze con la capacità di ascoltare la voglia di ri-presa di parola da parte di un popolo spesso deluso e frustrato da certi gruppi dirigenti.

Il “secondo tempo” delle Sardine, tra metà dicembre e 26 gennaio, si è aperto con la prima indicazione di una rotta tematica, non scontata: la richiesta al governo di abrogazione dei decreti Salvini. Non solo le modifiche chieste dal Quirinale, ma la fine di un’idea della politica che parte dalle paure delle persone per aumentarle a dismisura e per incentivare il potere repressivo, potenzialmente dispotico, nella società, riversando le paure sull’altro – immigrato o dissenziente che sia. Era finito il tempo del ministro con la divisa delle forze dell’ordine – espressione di un partito che ha un debito con gli Italiani e le Italiane di circa 49 milioni di euro, vicenda passata a tratti in cavalleria – ma era iniziato il tempo della rincorsa alla barbarie, col nuovo duopolio Salvini-Meloni. Un duopolio della destra che fa rifugiare i residuali moderati e liberali di centrodestra sotto l’ala protettiva di un certo Senatore fiorentino, per intenderci. Il “secondo tempo” è stato quello di Coraggiosa e di Elly Schlein, della non scontata vittoria progressista in Emilia-Romagna, di una mobilitazione unita ad un appuntamento elettorale. Il simbolo di questo tempo? Le due piazze di Bibbiano.

E ora? C’è un “terzo tempo”, che solo fino ad un certo punto può essere giocato in direzione delle elezioni regionali di primavera. Elezioni che coinvolgono, tra le altre, le mie due regioni del cuore: Puglia, Toscana. Che “terzo tempo” sarà? Di certo, la difficoltà degli appuntamenti elettorali non può consentire l’impegno su un solo fronte. Né, tanto meno, si potrà ragionare come negli altri due tempi. Sarà importante per le Sardine definire il proprio Credo: a Pisa ci sono stati passi interessanti, in una recente assemblea svoltasi a Marina. Spazio che ha dato un bel mandato di lavoro ad un’assemblea, ad un portavoce – l’amico e compagno Luigi Sofia, insegnante precario, che abbraccio fraternamente – e ad un metodo: quello di partire da contenuti con cui stimolare l’opinione pubblica, le organizzazioni sociali, le forze politiche. Per metodo, sarà importante che per quel percorso parlino coloro che sceglieranno di affrontarlo con maggiore continuità. 

Mi permetto di coltivare due umilissimi auspici.

Il primo riprende un editoriale di Giulio Cavalli per la rivista Left: coltivare le piazze per gli altri e non per se stessi. Per rappresentare bisogni e ambizioni alte, non per auto-rappresentarsi o ripiegarsi in un angolino identitario. Per dire l’esatto contrario del “me ne frego” della destra o, con i tratti chic del riformismo gioviale, del turboliberismo: I care, a me interessa, espressione di don Lorenzo Milani nella scuola di Barbiana per ribadire l’importanza di coltivare le relazioni, l’empatia politica. Avere a cuore ciò che è altro da me, nel nome di un progetto più grande.Il secondo auspicio, nella consapevole diversità di ruolo tra soggetti politici e mobilitazioni civiche, è quello del progetto. La nostra società ha un bisogno decisivo di strategie complessive coraggiose, che si smarchino dalla dittatura del presente e si pongano il tema delle transizioni: transizione da un mondo democratico ad un mondo globale con rischi autoritari, transizione ecologica della produzione, transizione delle dignità sociali tramite politiche contro le disuguaglianze, transizione da un’idea minimale dello Stato ad un più consistente ruolo del Pubblico. Transizioni già avviate e su cui manca un racconto politico alternativo alle destre. Se alla costruzione di tali strategie perverranno gli stimoli delle Sardine, la politica e le sue forze organizzate non potranno che giovarne. Ad una duplice, inappellabile, condizione: una capacità di ascolto da parte dei partiti e che tale capacità non sia la tendenza superficiale di assumere à la carte poche inoffensive parole d’ordine, qualche candidatura civica per lavarsi la coscienza, un nome nuovo che faccia dimenticare le contraddizioni presenti e passate. Questo compito riguarda le progressiste ed i progressisti e chiama all’appello la sinistra per superare la sua auto-dittatura della sopravvivenza: o si risponde con serietà e con lo spirito di chi guarda alla prossima generazione anziché alla prossima scadenza elettorale, aprendo spazi di parola, cambiando i gruppi dirigenti e conferendo nuova sovranità alle battaglie sociali e civiche presenti nella società, oppure è più dignitoso tacere.

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