Noi, quelli/e che restano – della Puglia migliore.

Siamo quelli che restano
In piedi e barcollano su tacchi che ballano
E gli occhiali li perdono e sulle autostrade
Così belle le vite che sfrecciano
E vai e vai che presto i giorni si allungano
E avremo sogni come fari
Avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici e selvatici, selvatici
Siamo quelli che guardano una precisa stella in mezzo a milioni
Quelli che di notte luci spente e finestre chiuse
Non se ne vanno da sotto i portoni
Quelli che anche voi chissà quante volte
Ci avete preso per dei coglioni
Ma quando siete stanchi e senza neanche una voglia
Siamo noi quei pazzi che venite a cercare.

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Who cares if one more light goes out?

“Non ti ho cambiata, lo sai”. La mia nota, come giusto, passerà inosservata. La scrivo per onestà intellettuale, oltre che per rispetto verso gli oltre 13 anni di vita su 31 passati orgogliosamente con una tessera di partito in tasca, a cavallo tra la Puglia di nascita e la Toscana di adozione.

Quest’anno non rinnoverò l’adesione a Sinistra Italiana, la comunità politica che ho avuto l’onore di guidare in provincia di Pisa da aprile 2017 a dicembre 2019. 

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Il bisogno (fisico e politico) del doppio tempo. Appunti da Emilia-Romagna e Calabria.

Nella tornata elettorale regionale compiutasi ieri, domenica 26 maggio, il centrosinistra di Stefano Bonaccini ha prevalso in Emilia-Romagna, vincendo la sfida che il salvinismo aveva assunto, a colpi di Bibbiano e citofonate minatorie, mentre Jole Santelli di Forza Italia ha vinto in Calabria. Due storie diverse, tra i molteplici dati elettorali di questi mesi, con cui facciamo i conti. E da cui è indispensabile, con lucidità, ricavare qualche ragionamento.

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«Don’t think twice. It’s all right».

Nella giornata di ieri ho inviato alle mie compagne e ai miei compagni di viaggio di Sinistra Italiana le mie dimissioni come segretario provinciale di SI a Pisa. Diciamolo con franchezza: non è che, nel corso dell’ultimo anno, sia stato l’incarico più gravoso mai avuto nella militanza politica, eh. Ma ritengo onesto affermare, in modo pratico, la conclusione di un ciclo, esprimendolo con un atto minimo, proprio perché certe cose non si fanno per se stessi, ma per il collettivo. Riporto qui il testo intero della lettera inviata. E nessuna paura: non si finisce imprecando o maledicendo, ma traducendo una bella storia in qualcosa di nuovo. Buona lettura!

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