Taglio al Parlamento? Personalmente, non ci sto.

Domenica 29 marzo saremo chiamati alle urne per il referendum costituzionale confermativo sulla legge costituzionale recante «modifiche agli articoli 56, 57 e 59 della Costituzione in materia di riduzione del numero dei parlamentari» e pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 12 ottobre 2019, n. 240. Insomma: si voterà sul taglio al numero dei parlamentari.

La proposta, approvata dal Parlamento secondo le procedure previste dall’art. 138, prevede la diminuzione del numero dei deputati da 630 a 400 (art. 56) e del numero dei senatori elettivi da 315 a 200 (art. 57). Il numero minimo dei senatori assegnati alle Regioni, salvo Valle d’Aosta e Molise, passa da 7 a 3.

Le schede di approfondimento del servizio studi di Camera (Dipartimento Istituzioni) e Senato (Ufficio Ricerche su questioni istituzionali, di giustizia e cultura) hanno evidenziato l’unico precedente passaggio di riforma rispetto al testo originario della Carta a proposito del numero dei parlamentari, svoltosi nel 1963: mentre i padri e le madri costituenti avevano stabilito un rapporto numerico “mobile” tra numero di abitanti e rappresentanti, nel solco di una tradizione affermatasi nella storia dei costituzionalismi (1 deputato ogni 80 mila abitanti, 1 senatore ogni 200 mila), la Legge C. 2/1963 stabiliva i numeri fissi di 630 e 315. Ogni storia politica ed istituzionale è anche, in parte, storia di numeri: lo ha evidenziato di recente Saulle Panizza nel suo agile testo Tutti i numeri della Costituzione. Analisi logico matematica della Carta Fondamentale” (Pisa University Press, 2019) e, con un profilo più relativo al quesito referendario, Emanuele Rossi ne ha scritto nell’ultima opera da lui curata, “Meno parlamentari, più democrazia?” (Pisa University Press, 2020).

Un po’ prima di Panizza e Rossi – non me ne vogliano! – il francese Condorcet aveva costruito un nesso arguto tra aritmetica e opzioni (anche) politiche, argomentando (Essai sur l’application de l’analyse à la probabilité des décisions rendues à la pluralité des voix, 1785), a partire da dimostrazioni di probabilità matematiche applicate a decisioni di una giuria popolare d’una corte di giustizia, l’utilità di un allargamento del numero dei votanti al fine di aumentare le possibilità di una scelta corretta. Una riflessione limitata, antica, ma capace di offrire spunti sempre nuovi sul raccordo tra numeri e scelte democratiche.

Di trasformazioni al numero di rappresentanti del popolo se n’era già parlato negli anni Ottanta (commissione Bozzi, IX legislatura), nella Bicamerale degli anni Novanta (commissione D’Alema, XIII legislatura – 400/500 deputati e 200 senatori), nella riforma costituzionale del governo Berlusconi poi bocciata dal referendum del giugno 2006 (518 deputati e 252 senatori). C’è stata la “bozza Violante” nella XV legislatura, il dibattito referendario nella XVII legislatura (riforma Renzi) che è stata bocciata dai cittadini il 4 dicembre 2016: il testo sottoposto al voto, in particolare, lasciava inalterato il numero dei deputati e riduceva a 95 i senatori, lasciati ad una elezione di secondo livello. Di numeri della rappresentanza parlamentare se ne parla da molto e, di certo, non fa male proseguire la discussione.

Tutti gli studi si sono soffermati, poi, sui rapporti tra numeri di abitanti e rappresentanti nei Parlamenti dell’Unione Europea e delle principali democrazie, evidenziando comunemente l’allineamento generale dei numeri italiani alla media generale: il rapporto tra 1 deputato e circa 100000 abitanti, in particolare, è elemento abbastanza costante in Francia e Germania (0,9), Regno Unito (1,0). Il numero di 400 deputati ci porterebbe ad 1 rappresentante ogni circa 150 mila abitanti. Perché, tuttavia, gli uffici studi del nostro Parlamento si concentrano ugualmente su tali rapporti? Perché anche in Francia Emmanuel Macron e la sua maggioranza hanno proposto una decurtazione (molto contestata, specie per gli effetti sul Sénat) del numero dei parlamentari, che nei disegni dell’Eliseo passerebbero da 577 a 404 (e 244 senatori anziché 348). La situazione delle “Camere alte” è molto più articolata e dipende dal ruolo dell’Aula rispetto al profilo istituzionale. Diciamo, a tal proposito, che i “modelli” della House of Lords britannica (792 membri) o del Bundesrat tedesco (69 membri) sono poco esperibili, proprio per i modelli costituzionali cui fanno riferimento.

Ciò sollecita un primo aspetto, non tanto scontato come appare: è meglio non prendere posizione (pro o contro) a partire dai rapporti numerici (presenti o futuri) in altri assetti istituzionali. Meglio, piuttosto, assumere il profilo del tipo di rappresentanza che dovrebbe interessare noi e le prossime generazioni – perché di Costituzione si tratta, non di un abito legislativo da cambiare ad ogni giro di valzer. Con un articolo che condivido solo in parte ma che problematizza con acume le questioni in campo, il giurista Carlo Fusaro ha sottolineato, pur da una posizione favorevole al taglio, come la questione dei tagli alla spesa e ai “privilegi della Casta” sia un motivo parziale: ai risicati minori costi nell’immediato, al massimo, seguirebbero più consistenti riduzioni di spesa futuri, legati anche ad operazioni come l’unificazione di servizi parlamentari e funzionariati. Assemblee ridotte nei numeri risulterebbero più “prestigiose” e con peso politico più forte: ragionamento sensato, a mio avviso, ma che non vale per tutte le assemblee rappresentative.

Esiste nel Paese, peraltro, una corrente di pensiero e di condotta politica che ha abbracciato gli ultimi trent’anni, a partire dalla fine della c.d. “Prima Repubblica”: quella della fine di un ruolo privilegiato delle forze politiche e di ampie assemblee rappresentative, in favore di esecutivi forti e legittimati anche da voti popolari diretti – basti pensare alla legislazione (e alla retorica) su sindaci e presidenti di giunte regionali, alias “governatori” (bestemmia storico-politica rilanciata dal giornalismo). Il taglio del numero dei parlamentari seguirebbe la decurtazione dei numeri dei Consigli Regionali, in campo da circa un decennio. Si aggiungerebbe alla decurtazione dei membri dei Consigli Comunali, sancita dalla legge finanziaria per il 2010 (art. 2, commi 183-187, L. 191/2009); all’eliminazione dei Consigli Circoscrizionali per i Comuni inferiori ai 250 mila abitanti (L. 42/2010); alla decurtazione dei membri e la fine della diretta elettività dei Consigli Provinciali e dei Presidenti degli enti, divenuti organismi di raccordo di secondo livello con tassi infimi di finanziamento (L. 56/2014). Insomma: nel nostro Paese abbiamo svuotato le rappresentanze suffragate dal voto popolare, contraendone i numeri e/o privandoli, con più limitati fondi, di autentica operatività. Nei raccordi intercomunali, poi, la sovrapposizione con Autorità d’Ambito, con confini spesso diversi, ha eliminato il necessario coordinamento per i servizi pubblici come la gestione dei rifiuti ed ha contribuito a rafforzare figure enigmatiche come tecnici e super-manager, con contrappesi politici inesistenti. Il taglio del numero dei parlamentari, in tal senso, pur al netto delle esagerazioni di una parte del campo in cui pure mi colloco, confermerebbe tale linea, che priva la politica degli strumenti concreti con cui attivarsi.

Si dirà: ecco la solita posizione di chi rimpalla, di chi vota NO senza proporre un’alternativa oppure con proposte inattuabili. La mia umile risposta: probabilmente, c’è una debolezza intrinseca nel mio ragionamento, ma se le proposte di riforma costituzionale sono state approvate spesso a colpi di maggioranza e senza una relazione concreta col Paese – che poi ha respinto tali disegni, a parte col referendum confermativo sul nuovo Titolo V – non c’è forse un problema di fondo che le diverse maggioranze parlamentari non hanno colto?

Chiarisco ulteriormente la mia posizione: dico no al taglio del numero dei parlamentari poiché, oltre ad una conferma della cultura dello svuotamento di senso della politica, esso non corrisponde a quei correttivi istituzionali individuati con correttezza, a mio avviso, dalla chiusa di un altro testo di Emanuele Rossi, “Una Costituzione migliore? Contenuti e limiti della riforma costituzionale” (Pisa University Press, 2016). Eliminazione del voto di fiducia del Senato e trasformazione del bicameralismo simmetrico, sfiducia costruttiva del Governo e potere di revoca dei ministri per il Presidente del Consiglio, estensione del voto per il Senato ai diciottenni (oggetto, tuttavia, di un disegno di riforma in questa legislatura). In più, a mio avviso: clausola di supremazia dello Stato nel (nuovo) Titolo V e potere di valutazione delle politiche pubbliche al Senato (in riferimento alle evoluzioni francesi). In tal contesto, in cui il ruolo dello Stato e della politica non è privato di senso, si confermerebbe l’utilità di una Camera dei Deputati con 630 membri e avrebbe senso, piuttosto, decurtare i membri del Senato, portandolo ad un numero tra i 150 e i 200: perché, sì, alla “Camera Alta”, in un contesto di ridefinizione del bicameralismo simmetrico, avrebbe senso accedervi con più fatica, con una utile restrizione dei numeri, poiché si tratterebbe di una rappresentanza istituzionale più legata alla valutazione ponderata di una parte della legislazione, a beneficio del raccordo tra Stato ed autonomie locali, molto meno all’impellenza dell’attualità. Una Camera dei Deputati ampia consentirebbe di tener ramificata e diffusa la presenza dei rappresentanti delle cittadine e  dei cittadini, bilanciando la fiducia (offerta dalla sola Camera) ad un esecutivo dotato di più funzionalità e poteri. Camere diverse, con poteri e numeri diversi.
Proprio per questo, a mio avviso, il taglio secco del numero dei parlamentari a 400 per la Camera e 200 per il Senato non offre le condizioni di nuove ed ulteriori riforme, ma sarebbe l’ennesima concessione alla demagogia antipolitica e all’invocazione insensata del taglio ai “costi della democrazia”. Il 29 marzo io voto NO.