Un altro 4 nella pagella della storia.

Un altro 4. E no, ormai il 4 dicembre 2016 è abbastanza lontano nel tempo, anche se ne riecheggiano sul fondo le onde che ancora toccano la spiaggia desolata della storia recente.

Dopo il 4 marzo 2018, il giorno delle elezioni generali che hanno consegnato la maggioranza relativa delle Camere sia al Movimento 5 Stelle che ad una destra a trazione leghista, si erano dischiusi gli ennesimi peana sulle ragioni della sconfitta. Quell’auto-analisi cui siamo anche abbastanza abituati, ecco.

Complice la prossimità relativa con le elezioni comunali di Pisa, che ho provato a seguire direttamente – con i risultati ben noti alle cronache – non ho avuto materiale tempo (o forse era mancanza di voglia?) di esercitare un inventario di più lungo respiro sul complesso di fasi avvicendatesi ormai da qualche anno. Mi sono limitato a vivere un lungo, doloroso e sommesso urlo contro il cielo delle mie stesse utopie, coltivate per oltre un decennio di attività politica e pubblica. Ho provato in parte a non darlo a vedere, a parte i tratti devastanti di qualche uscita singola: vivo dell’idea di etica politica per cui, anche se in briciole, ti assumi la responsabilità di portare la voce di un collettivo, devi fare ogni sforzo per contenere le tue stesse perplessità, i tuoi stessi dubbi. Esercitare violenza su se stessi, perché magari il collettivo ha ragione e tu, in sostanza, sei appena appena un tragico esasperato.

Questo esercizio costante di auto-limitazione e silenzio, almeno, mi ha consentito un graduale ripasso delle vicende pubbliche vissute, sostanzialmente a partire da un momento ben focalizzabile.

17 gennaio 2005: nel clamore di una vicenda che ha sbaragliato qualche analista, Nichi Vendola di Rifondazione Comunista batte Francesco Boccia della Margherita nelle (prime) primarie per la scelta del candidato governatore di centrosinistra in Puglia. Un appuntamento visto con gli occhi del liceale di provincia, figlio di un suo tempo in cui i postumi dell’89 dovevano ancora essere del tutto smaltiti. In quella vicenda, che non credevo potesse realizzarsi – con gli amici e le amiche ricordo bene di aver detto qualcosa del tipo “sarebbe bellissimo se succedesse, ma non avverrà mai” – trovavo la congiunzione imprevista. Il colpo secco e stordente, l’accidente storico che ti fa dire “aspetta un attimo, ma allora certe cose non sono soltanto sogni senza senso”. Per me sono passati 14 anni di inserimento graduale nell’attività pubblica e politica, di cui almeno una dozzina nel contesto di un processo su cui, a mio avviso, andrà chiarito l’esito in modo indelebile.

Correva l’anno 2005.

Lo premetto: scrivo queste righe perché sto riordinando le idee in vista dell’assemblea nazionale di Sinistra Italiana, che si svolgerà a Roma tra il 9 e il 10 marzo, con all’ordine del giorno la disamina della situazione generale ed una decisione circa il destino della nostra piccola comunità politica alle europee 2019 – ed oltre.

Scrivevo, quindi, di quella “sporca dozzina”. Tra 2007 e 2008 è iniziato, complice la nascita del Partito Democratico, quel percorso di unità di organizzazione e forze politiche. Ricordo dalla stampa del tempo che la definizione andava da “Cosa Rossa” a “Sinistra radicale” – con molti di noi che imprecavano (giustamente) sul fatto che radicale significa liberaldemocratico, ma va beh. Un percorso che in una dozzina d’anni ha incrociato il passo con la più grande crisi globale vissuta, probabilmente, dal 1929 (e dintorni), che ha prodotto un riordino profondo dell’ordinamento economico, del panorama politico, ma soprattutto del vocabolario. Sono tra coloro che hanno attraversato quella fase con l’auspicio – un bel po’ naïf, col senno di poi… – che sarebbe stata una parentesi che avremmo chiuso, complici le mobilitazioni sociali, con un reinsediamento delle culture politiche storiche nella rappresentanza dei loro “soliti” corpi. Era la speranza che la stagione della compatibilità con una riflessione liberale e liberista, egemone anche nel campo delle sinistre, si sarebbe chiusa perché, alla fine dei conti, lo voleva la storia stessa. Era la speranza che la rabbia montante, il disagio sociale crescente, la ricerca mai conclusa di una prossimità concreta nelle forme democratiche tra rappresentanti e rappresentati/e si sarebbe indirizzata verso un rinnovamento endogeno delle culture della stessa stagione del bipolarismo degli anni Novanta e Duemila. Una sfumatura del sogno di un “Paese normale”, forse.

Non è per niente andata in questo modo. Si sperava che le tante espressioni nel contesto europeo di quella stagione di rigore finanziario e di cura dimagrante del Pubblico che aveva trovato sfogo in Italia con il Montismo, col ruolo centrale dell’allora presidente Giorgio Napolitano e il benestare delle due principali forze politiche, sarebbero state parentesi. Nel nostro peculiare contesto, dove non abbiamo avuto il disagio (e le soluzioni) della Grecia, il rinnovamento dell’offerta politico-culturale della Spagna e la presenza di nuovi soggetti come in Regno Unito e Francia, c’è chi ha confidato che, alla fine dei conti, con qualche buona idea avremmo raccolto perfino la rappresentanza della stagione della rabbia, delle solitudini. Ne avevamo avuto qualche segnale interessante: i cosiddetti “sindaci arancioni”, ma soprattutto la straordinaria vittoria del referendum sui Beni Comuni del 12 e 13 giugno 2011.

Ho un po’ sovrapposto la stagione dell’ultimo Berlusconi col Montismo, ora che ci penso, ma alla fine dei conti ritengo che si discuta dello stesso contesto storico. Con una differenza, oltre alle Olgettine: col Montismo si formalizzava lo stato (permanente) di eccezione, il fatto che era meglio il governo dei professori, della Pace Sociale e della Bocconi, anziché il voto pur anticipato per un nuovo Parlamento. Questa rottura ha rafforzato il neonato Movimento 5 Stelle, rendendolo quel catalizzatore piglia-tutto che abbiamo imparato a conoscere: acqua pubblica, ma anche giustizialismo; reddito, ma anche delegittimazione dei corpi intermedi; energie rinnovabili, ma anche legittimazione dell’ultra-securitarismo. E, da qualche tempo, l’impatto circa le politiche migratorie è solo l’ultimo anello della catena. Rispetto a quel corpo di elettori ed elettrici, mai inferiore al 20% negli appuntamenti elettorali di rilievo nazionale dal 2013 in poi – con il discrimine non indifferente delle elezioni locali – c’è stato prima il senso del rimosso: fai finta che non esistono, tanto si estinguono da soli, poveracci qualunquisti. Poi la riprovazione, perfino sui temi su cui maggiore era ed è l’affinità con la sinistra: quelli del reddito da divano, gli anti-sviluppo, gli alfieri della decrescita contro le grandi opere. La parabola del renzismo ha tamponato per alcuni anni questo senso di rabbia, col concorso pieno dell’establishment e dei gruppi dirigenti dell’economia – e, per qualche tempo, con un bel po’ di sostegno popolare. Poi, l’errore dell’egomania costituente si è manifestato in tutta la sua forza col referendum del 4 dicembre 2016. Infine, il crescente slittamento a destra dell’opinione pubblica.

In tutti questi anni, a sinistra, abbiamo “risposto” a queste dinamiche con prospettive che alcune volte si sono scontrate (“quelli della testimonianza” contro “quelli della sinistra di governo”, specie nel tempo della centralità della biografia politica di Nichi Vendola), altre volte si sono incontrate senza mai mettere a sistema un ragionamento: dopo la Sinistra Arcobaleno (2008), l’Altra Europa con Tsipras (2014), il percorso da Human Factor a Cosmopolitica (2015-2016), il tentativo dell’appello del Teatro Brancaccio (2017) prima dell’ennesima biforcazione, con quella rotta, cui ho inizialmente contribuito al netto di personali dubbi, di Liberi e Uguali (con un altro 4, il 4 dicembre 2017). Una rotta che non ho abbandonato tanto e solo per il risultato del 4 (marzo 2018), ma perché, col passare del tempo, ne emergevano costanti contraddizioni.

Ultimo tentativo, quello recente e di pochi mesi sotto l’egida esotica di Luigi De Magistris. Per un verso affascinante, per un altro verso assurda, e con il vuoto come prodotto. Nel frattempo, con una società più cattiva – parola chiave delle relazioni sociali nel 2018/2019 secondo il CENSIS – o forse, semplicemente, non più disponibile a fare in conti con proposte contraddistinte da pochezza, retorica, incapacità di radicamento, chiarezza di prospettive. Una società, per questo, in cui i flussi elettorali possono modificarsi con molta più rapidità che in passato, poiché il velo dell’ipocrisia cade più facilmente.

Il tentativo delle fasi costituenti – o delle dinamiche di sopravvivenza – della “sinistra a sinistra del Pd” è inquadrabile in tale intrico di dinamiche, che su scala europea e mondiale vanno unite ad un rafforzamento dei nazionalismi e all’emersione di proposte pubbliche più radicali (Sanders, Corbyn) ma che, al momento, non sono toccate da un “onere della prova”.

Trovo pertanto comprensibile che, con un risultato di resilienza non scontato, le primarie 2019 per l’elezione del segretario del Partito Democratico abbiano visto la partecipazione ai gazebo di un numero di cittadini di poco inferiore all’1,8 milioni delle primarie 2017 (le seconde vinte da Renzi, contro Emiliano e Orlando). Trovo perfino evidenti le ragioni per cui esponenti pubblici o individui che si sono riconosciuti in percorsi di ricerca di alternative – con un profilo più o meno strumentale, intendiamoci – abbiano preferito partecipare a quell’appuntamento. Un evento in cui si sono scontrate tre candidature in cui – si veda questo unico confronto in diretta – le differenze sono, alla fine dei conti, riconducibili alla voglia di spendersi per la tessitura di un campo di forze più ampio dei Dem, in cui il partitone del centrosinistra abbandona un ruolo di autosufficienza. Tutto qui. Patrimoniale? Tutti concordi nell’evitarla. Grandi opere e TAV? Tutti a favore. Reddito? Tutti concordi sulla preferenza per il solo REI. Tasse? Da abbassare per tutti. Articolo 18? Tzé, minoritari. Buona Scuola? Una bellezza. Ruolo del pubblico? Dai, non esageriamo.

Il confronto delle primarie 2019.

Non sottostimo il diverso approccio, le diverse vicende personali di Giachetti, Martina, Zingaretti, intendiamoci. Ed anzi, rispetto con sincerità chi si è recato alle urne, le volontarie e i volontari ai gazebo, chi ci ha creduto o chi ci ha visto un’occasione limitata di espressione di una preferenza per un interlocutore gradevole. Dopodiché, possiamo dire che tale interesse e tale resilienza è il frutto di percorsi inconsistenti a sinistra, di agende mai composte, di partiti annunciati sulla carta, di fasi costituenti dichiarate in modo roboante e poi ritrattate alla prima curva, di confluenze aleatorie e di opportunismi onnipresenti? Con tutte le (mie) responsabilità, senza la facile scappatoia dell’essere “troppo poco dirigente nazionale” o poco conosciuto: ci meritiamo l’unica opposizione liberaldemocratica, sostanzialmente, al governo sempre più a trazione Lega. Un’opposizione che ha il merito di essere netta sui profili dell’umanesimo costituzionale, del rispetto dei diritti della persona, dell’antirazzismo e dell’antifascismo: non lo metto in dubbio. Basti pensare al protagonismo collaterale rispetto alla grande, partecipata e straordinaria manifestazione PEOPLE PRIMA LE PERSONE tenutasi il 2 marzo a Milano. E pensare che “prima le persone” era il motto della lista Tsipras, a sua volta figlio de l’humain d’abord di Jean-Luc Mélenchon…

Ma si tratta di un’opposizione sufficiente per trarre fuori dalla sacca dell’elettorato pentastellato o leghista i corpi sociali più disagiati? Si tratta di un’area liberale e progressista seriamente cosciente della necessità di un’agenda contro le disuguaglianze, anche a costo di rotture con le compatibilità finanziarie accettate in questi anni? Dal mio piccolo e senza pretese, ho dei seri dubbi.

“Non c’è alternativa”, si dirà. E fa male ammetterlo, perché sul piano della pratica politica è (quasi) così, una volta che hai tolto le esperienze coscientemente testimoniali. Il tempo in cui immaginarsi (a geometria variabile) la costituzione della formazione politica “definitiva” della sinistra “a sinistra del Pd”, sempre meno spiegabile davanti alla persona d’ogni giorno (a sua volta sempre meno interessata), in cui “ci siamo tutti” (ma mai tutti, fosse mai…), dove “tutte/i contiamo (seh) e poi assieme (seh) facciamo le alleanze (seh, intanto prima facciamo le liste, anche se un po’ a ciufolo, tendenzialmente, visto che siamo sempre di fretta), tranquille/i”, trovo sia finito. Basta con questo accanimento terapeutico.

Diverso è nel campo sociale: l’indicazione netta e chiara di Maurizio Landini, quella per cui “non ci sono governi amici”, corrisponde ad una autonomia del soggetto sindacale che può giovare in modo interessante a chi vuole vedere un miglioramento materiale della propria vita. C’è un prezzo? Si. Un sindacato che esprime chiaramente il proprio disinteresse per la “ricostruzione della sinistra”. Ebbene, da quasi trentenne percettore di una indennità di disoccupazione post-borsa dottorale ottenuta dalla lotta di un soggetto sociale, non ho alcun problema ad ammetterlo: è un prezzo che mi va bene pagare. Lo accetto. Ci sta. Un sindacato autonomo, democratico nelle sue prassi, antifascista e antirazzista, innervato nei principi costituzionali, capace perfino di inventare esperienze concrete di mutualità: mi basta, perché cambia (in meglio) la mia vita.

Maurizio Landini interviene dal palco della manifestazione del 9 febbraio a Roma.
Maggie e TINA.

Le possibilità, ad ogni modo, sono tante e corrispondono a logiche diverse, possono essere temporanee e passibili di evolversi da uno stadio all’altro. Ma trovo sia essenziale che, al netto della strada decisa, abbiano al loro interno persone che connettano prassi e teoria in modo coerente. Bisogna, a mio avviso, avere il coraggio di discernere, individuare i pro e i contro. E scegliere, con la consapevolezza dei tempi lunghi. Ci saranno persone non convinte: le si dovrà salutare e dire che non è più il tempo di inventare soggettività di carta o registrare domini su cui i partiti sono sondaggi su colori e nomi. Genereremo processi di cui forse non godremo i frutti: bisogna essere chiari con ogni contraente questa scelta. Ma vale più questo che l’ennesima fase di costituzione della forza X che rincorre l’altra forza N² nella lista Y per eleggere (di corsa e male, se va bene) il rappresentante Z che si scinderà per unirsi al partito K, a sua volta messo in stallo dall’attesa per le scelte del soggetto J. Provo a raffigurare le possibili exit strategies in modo schematico, via.

Fuori dallo spazio della pratica politica.

  • Il radicamento nella società tramite la nuova rotta coscientemente autonoma rispetto agli spazi politici promossa dalla CGIL di Maurizio Landini o con l’associazionismo aggregativo tipo ARCI o con esperienze di mutua cooperazione.
  • La condensazione degli spunti intellettuali, come avveniva per la sinistra non comunista francese degli anni Sessanta, non del tutto interessata all’aggregazione in uno stesso spazio, frammentata in una miriade di club, riviste, esperienze che, pur politiche, si soffermano più sulla progettazione

Dentro lo spazio della pratica politica.

  • La prospettiva di un disegno locale di aggregazione di energie, come civismo di sinistra, scientemente rinunciataria verso una prospettiva generale e, soggetta ai diversi quadri di contesto, potenzialmente in grado di esprimere tassi elevati di radicalità ed innovazione senza tuttavia porsi il tema dell’articolazione di uno spazio generale organizzato.
  • La prospettiva di un disegno generale di alternativa, nel segno dell’incompatibilità con i compromessi a basso tasso di rottura e dell’intransigenza anti-liberista. Vogliamo cambiare il mondo, anche se spiegarlo non è per niente facile perché parli di un altro mondo.
  • La prospettiva di un disegno generale di alternative, nel segno del compromesso con la compatibilità nel nome dell’umanesimo democratico, dell’antirazzismo, della solidarietà sociale. Non cambierai il mondo, ma potresti evitare i barbari, o almeno rimandare il loro arrivo per un pezzo.

Il rischio nel dirsi che, alla fine dei conti, “va bene far tutto”? Esprimo una possibilità.


Ma senza che gli altri ne sappiano niente

dimmi, senza un programma, dimmi come ci si sente

continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito

farai l’amore per amore

o per avercelo garantito.

Andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori

o con un casanova che ti promette di presentarti ai genitori

o resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro

senza chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere

o finalmente sceglierai.