Vecchi difetti.

Tutto ciò da cui stavi fuggendo

Torna come valanga più grande che

Ti trascina al punto di partenza se vestirai

Vecchi difetti

[..] Guardami cambiare forma dopo forma e ancora

Respirare i tuoi capelli dentro un giorno nuovo

Non vedi com’è facile

Non vedi che è inutile

Scordarsi di credere ai vecchi difetti

Torna alla mente questa canzone di qualche anno fa quando trovo un trafiletto dal Tirreno di oggi dedicato al lancio, autonomo e autoconvocato, della nascita in forma di partito di Liberi e Uguali a Pisa. Lo dico e lo scrivo con un senso di gratitudine verso persone come Andrea, più convinte di me su tante cose in questa fase e decisamente più convinto di una opzione per cui “serve un partito”.

 

Mi torna alla mente parlare di vecchi difetti per una questione non estemporanea di fase storica: quando la violenza si dimostra una chiave di lettura fin troppo efficace ed utile dei rapporti interpersonali o delle relazioni internazionali, del discorso pubblico e di eventi (basti pensare agli agguati di matrice razzista o alle violenze sessiste mai debellate), ti rendi conto di tanti limiti. Lo fai perché hai a che fare con la carne e le ossa di chi ha un giramento di scatole, di chi ti racconta la sua vita, della tua stessa vita materiale – con la consapevolezza che chi puo’ scrivere, ancora per qualche, da Parigi come giovane ricercatore in formazione, al netto dell’ormai vicino orizzonte precario non ha proprio una condizione di marginalità..

Se ti rendi conto di questi limiti e, magari, hai passato una dozzina dei tuoi 29 anni di vita con una tessera di partito in tasca – per la precisione, TRE – forse hai anche un senso di scoramento. Finisci davvero per pensare che niente è utile, niente cambia il corso degli eventi, al netto delle generosità singole di chi fa “cose” sul piano sociale, politico, relazionale. Se credi nella Storia come processo generale in cui i tuoi micro-cosmi devono essere ricondotti, pena un consapevole oblio, finisci perfino per dire: massi’, quella torre d’avorio accademica, per quanto irraggiungibile, è un punto di caduta utile. Per me e me solo, e chissenefrega dei percorsi, delle ansie, degli sbatti.

 

Penso a quella canzone e a questo contesto perché davvero trovo strano pensare al futuro con i vecchi difetti di ritorno.

Il mondo fa schifo? Serve un partito.

La gente è disposta a tirare fucilate sul vicino di casa se lo vede entrare di notte sul pianerottolo e non lo riconosce? Serve un partito.

Il sindaco leghista adotta la doppia morale nei suoi primi mesi, accettando di mettere il Crocifisso nelle aule consiliari e spergiurando allo stesso tempo che non si farà mai una Moschea per poveri Cristi che pregano in garage? Serve un partito.

La violenza sulle donne resta un tratto vergognoso del nostro tempo e della nostra società? Serve un partito.

Quelle cose che di decente la Sinistra ha elaborato negli ultimi anni (ripresa della centralità del Pubblico, acqua bene comune, reddito, diminuzione dell’orario lavorativo) sono fatte (falsamente) proprie da un Movimento pigliatutto? Serve un partito, povero pirla.

 

Faccio sommessamente notare una coserella. En passant. Rispettoso verso chi ci crede con genuinità ed onestà intellettuale. Ma il gigantesco effetto domino di micro-cosmi sempre più piccoli e con sempre meno voti che si dividono sul modo in cui “unire la Sinistra” è iniziato nel 2008. Non so se è chiaro: dieci anni fa. Dieci. Anni. Dieci. Ten. Dix.

Ammetto di essere uno che di tentativi ne ha fatti, forse, troppi – e quindi risente più facilmente del percorso. Ma nella piccolezza della sua durata storica, rivendico quel percorso, individuale e collettivo, con cui tentammo, con un piede nei movimenti sociali reali e un piede nella politica, di costruire un’opzione maggioritaria di rinnovamento, con Nichi Vendola e quella composizione li’. Con tutti i fortissimi limiti di una composizione a volte fatta da arrivisti, con un capo carismatico che di tradurre la sua narrazione in sedimentazione stabile voleva sentir parlare poco (“non vogliamo fare un partito, ma aprire una partita”), con tutti i pregi e i difetti di qualsiasi esperienza storica. Quella spinta, bella, radicale e innovatrice, si è esaurita nel 2013: da quel momento abbiamo passato ogni benedetto anno, mese, competizione elettorale ed assemblea a formulare presagi oracolari.

Si vince con l’unità delle sinistre d’alternativa. Tranvata.

Si vince con l’unità delle sinistre di governo. Tranvata.

Si vince con le sinistre di movimento che pero’ non si uniscono troppo, che non sia mai ci sporchiamo. Tranvata.

Si vince con la sinistra del centrosinistra rinnovata in salsa arancio-milanese che un partito non lo fa, le primarie forse, l’ingresso del PD a puntate e la fuga dalla realtà sempre. Tranvata.

Si vince con la sinistra che è disponibile a unirsi se fa un partito, che pero’ poi non si presenta alle elezioni e inizialmente aveva un gruppo dirigente disponibile a farne un altro, poi dopo boh, poi dopo anche no. Tranvata – ma che ve lo dico a fà?

 

Insomma, i modelli utilizzati in questi anni hanno raggruppato le persone a geometria variabile facendogli prendere quel milione di voti li’.

 

Dopo l’ennesima tranvata a giugno, vissuta sulle comunali pisane, mi ero permesso di dire che forse sarebbe stato più utile un reset generale. Al netto del fatto che chi scrive ci sta che conti come il due di coppe quando a briscola comanda bastoni (anzi, manganelli..), ma non sarà che la corsa a fare un (altro!) partito della Sinistra (!) e del Lavoro (senza i voti dei lavoratori, ma chissene, no?) forse è proprio quella coazione a ripetere vecchi difetti perché, più o meno, siamo abituati a far quello?

 

Alcuni firmatari di quell’appello sono persone di grande generosità ed onestà e gli riconosco, prima ancora che di aver cercato gente come me, di aver davvero voglia di darsi luogo e strumenti per un’azione politica quotidiana. So bene che qualcuno gli ha promesso questo, pubblicamente, a fine febbraio. E, a mio avviso, è stata una sciocchezza: perché non prendi i voti delle persone se gli dici “visto? si fa il partito della sinistra!”, mentre – forse, e ripeto forse – qualche voto in più lo prendevi se anziché mandare in onda il groppo in gola parlavi di abolizione della legge Fornero, proponevi la diminuzione dell’orario lavorativo, ti intestavi una proposta seria sul reddito, facevi un ragionamento sui beni pubblici come funzionali alla transizione ecologica dell’economia. E no, non serve necessariamente un partito per fare queste cose, ma la volontà di farle!

Il comunismo italiano non è nato da una scissione congressuale a Livorno nel 1921. Ma da un percorso che ha visto la produzione di riviste, relazioni con altre esperienze internazionali, contatti lenti che si sono sedimentati, cose che hanno preso un senso man mano che qualcuno ne parlava, consapevolezza che non bastava più la spinta riformatrice parlamentare per cambiare la vita delle persone.

Il cattolicesimo democratico non ha avuto in Italia il Partito tra i più forti d’Europa perché don Sturzo scrisse una lettera dall’esilio londinese o perché un bibliotecario in Vaticano si sveglio’ dopo una notte in hangover durante la guerra. Ma da mutualismo di colore diverso dal rosso, documenti di Papi letti e re-interpretati da gente con un briciolo di coraggio, antifascismo cattolico, timore che una rivoluzione materialista letta come negativa contagiasse corpi e menti delle persone.

 

I partiti non possono nascere sotto elezioni cosi’ come, a mio avviso, non prendono forma perché si aggiungono ad una caterva di sigle che finiscono per dire cose estremamente simili salvo poi schiantarsi alla prima curva “perché deh, ‘un vorrai mi’a far vincere i fascisti in Toscana, no?”.

Faccio notare che, se l’andazzo è questo, loroli’ hanno già vinto…

Considero legittimo che, a Pisa come a Milano, per dire, ci siano persone che riflettano seriamente sulla validità dello strumento partito. Perché non hanno paura di dire che la politica si fa fuori dalla scadenza elettorale, in luoghi con regole condivise e valori comuni. Non ho timore, quanto piuttosto profonda delusione, nel constatare che il respiro che il mio partito, Sinistra Italiana, per tante ragioni si è sostanzialmente e decisamente appassito. Sarebbe stato il modello concepito in forma embrionale nel teatro Brancaccio lo spazio più coerente con le nostre prospettive, più inclusivo possibile. Ma la storia non si fa con i se, ma con la forza dei fatti e delle fonti.

Per gli amanti del genere (😉), ecco il video del mio intervento di oggi all’assemblea nazionale di Sinistra Italiana.

Pubblicato da Federico Martelloni su Sabato 27 ottobre 2018

Allora verifichiamo i luoghi e gli spazi dove la sinistra, o meglio, “quella gente li’ che pensa cose connesse alla solidarietà e all’uguaglianza” un minimo funziona. Dove produce inclusione di segmenti diversi, biografie che forse neanche accosteresti, ma che dispongono di regole condivise e mettono a comune un percorso che dà molto frutto. A mio avviso, si tratta delle coalizioni civiche. Lo ammetto: sono innamorato del percorso di Coalizione Civica, che Federico Martelloni traduce in ottima politica nel Consiglio comunale della sua città. Quell’esperienza non è la fusione dei pezzettini e dei reduci di tutte le guerre della sinistra, ma uno spazio plurale in cui radicalità ed autonomia convivono in modo davvero inclusivo, aggregando energie e non disperdendo le persone.

Sono consapevole che storie locali sono figlie di vicende da contestualizzare, ma se si pone il tema del “come organizzi le persone che la pensano in un certo modo sui valori comuni”, io vedo quella proposta come la più bella, feconda.

Sicuramente non esente da limiti, come tutto nella vita.

Di certo, col limite di non sapere come la declineresti nel tuo territorio, sia essa una cittadina della provincia profonda spaccata in mille frazioni che alle 19 si desertificano, sia esso uno dei tanti luoghi vivi delle municipalità medie della nostra Toscana, vive anche se non hanno i numeri di una metropoli o di un capoluogo. Col limite di sapere benissimo che “parlare con tutti” non è un programma stabile e che devi tener conto di tanti altri vecchi difetti: rapporti personali inariditi, relazioni politiche distrutte per colpe distribuite in senso variabile, storie di percorsi che si sono intrecciati e poi non più: c’è tutto questo, e ne sono consapevole, quando dico che serve generalizzare lo strumento delle Coalizioni Civiche. Ne dico una: come puo’ un percorso che dice di voler costituire un (altro) Partito non tenere neanche in conto la relazione da costruire con i movimenti sociali che nella nostra città stanno conducendo battaglie fondamentali che parlano di diritti e dignità, con quell’opposizione concreta che Ciccio Auletta porta in Consiglio Comunale – al netto del fatto che abbiamo avuto recenti divorzi elettorali e che non mi va di nascondere la polvere sotto il tappeto – rispetto ad un gruppo consiliare democratico che, per quanto composto da alcune persone interessanti, esce scandalosamente dall’aula al momento del voto sulla mozione per il Crocifisso nelle aule scolastiche e municipali o fa opposizione ai dispositivi securitari dicendo, come fa Marcucci in senato, che alla fine dei conti “entreranno più clandestini, è un problema, nel frattempo aumentiamo i vigili urbani”? Questa sarebbe la libertà nella sicurezza che ci propina Minniti e compagnia per il prossimo futuro? Sarebbero questi i sinceri progressisti con cui ricostruire percorsi in elezioni amministrative di medio e grande calibro – Firenze, Prato e Livorno, solo per restare alla Toscana? Come puo’ un percorso del genere neanche pensare ad elaborare il fatto che nella dinamica meramente regionale è il capogruppo della sinistra, Tommaso Fattori, a spendersi per battaglie che possono essere davvero il cuore di una Coalizione Civica regionale, inclusiva verso corpi sociali, popolare nelle sue battaglie? Non viene in mente che forse forse è una brutta idea legarsi ad un Enrico Rossi che fa mostra di amare la neo-rappresentante al Congresso Alexandria Ocasio-Cortez, salvo dimenticare che la Ocasio-Cortez esiste perché ha duramente sconfitto un boiardo del ceto medio progressista – un Rossi newyorkese, insomma? Non viene in mente che interpretare una rottura col portarsi dietro il peggio di questi anni di sinistra riformista storica, capace di legittimare il peggior montismo, potrebbe essere evitato, interpellando invece chi, anche con voce critica, ha fatto l’esperienza di Potere al Popolo? Ricostruendo un tessuto coerente, non la retorica dell’unità. 

Lo dico consapevole che l’appello di Luigi De Magistris a partecipare ad un appuntamento pubblico nazionale l’1 dicembre in cui mettere in campo un fronte per l’alternativa puo’ essere due cose: o la solita ammucchiata di pezzi e reduci di tutte le guerre, che non si guardano in cagnesco solo perché prendibili a scudisciate dal Sindaco di Napoli (che comunque darebbe a questo spazio un riferimento di governo fattivo sul territorio e un ricongiungimento tra gli spazi dell’alternativa) o una vera e propria Coalizione Civica italiana. Un percorso che domandi esplicitamente alle due proposte in campo per una trasformazione radicale dell’UE, ossia i firmatari dell’appello Maintenant le Peuple / Ahora el Pueblo (Podemos, La France Insoumise, Bloco de Esquerda e non solo) emersi dall’esperienza della GUE e della Sinistra Europea e lo spazio che Yanis Varoufakis ha creato tramite Diem25. Starà ai protagonisti di tali percorsi dire con serietà e concretezza come lo immaginano, evitando l’ennesima ammucchiata salvifica (per qualcuno) che darebbe adito, il 1* giugno, di raccontarsi che, alla fine dei conti, non è successo nulla di che, se non un altro giro di valzer. Starà a noi che lo diciamo con forza, se ci crediamo davvero, di ricostruire ponti politici crollati, evitare il frustrare ulteriormente le aspettative deluse in anni recenti, dire che senza una proposta coerente non si va da nessuna parte e sarebbe meglio non concorrere neanche alle elezioni!

Esistono spazi per una proposta organica e coerente, che non si ponga come un europeismo da élite progressista ma produca spazi e proposte per un’altra idea di Europa? Verifichiamolo, valutiamolo con serietà su tutto: tema della moneta unica, sistema bancario dell’Unione, democratizzazione dei processi decisionali, Europa sociale prima di ogni prevaricazione da parte del rigore di bilancio. Il Forum di Marsiglia, esperienza di dialogo che ha unito un caucus progressista in seno al PSE, parte del mondo ecologista e la sinistra antiliberista (con qualche dialettica nel mondo francese…), sta a dimostrare che certe idee non stanno solo nel nostro campo. La possibile Internazionale Progressista che Bernie Sanders e Varoufakis hanno discusso negli Stati Uniti ti racconta che non sei solo nella costruzione di uno spazio di senso, popolare e antiliberista.

 

Tra 2008 e 2011 dicevamo: “generale l’attacco, generale la risposta”.

Ora, vi pare possibile che un (altro) Partito sia la risposta generale al dualismo che Macron e buona parte delle socialdemocrazie europee da un lato e Orbàn, Le Pen e Salvini dall’altro stanno incardinando? Il dualismo tra i fautori del cosmopolitismo liberale e progressista contro i fautori della protezione delle nazioni sovrane, dell’Alternative Right internazionale che ha in Steve Bannon il suo profeta e in Bolsonaro la sua più recente creazione?

Io credo di no. Generale la risposta. Popolare, anzi, se servisse, come ha scritto Arnaldo Testi su L’Espresso citando Barack Obama – non proprio Laclau… – “bene, cio’ farà di me un populista”!

 

Un reset autentico, a mio avviso, parte dall’ago e filo.

Non dall’ennesimo partito. Ammiro e rispetto chi ci crede

Ma no, compagni. La malinconia di sinistra non mi convince più.

Vi abbraccio ugualmente.