Viva o morta?

L’Italia (Viva) è il Paese che ama. Dice. 

L’ultima renzianata ha del clamoroso e sembra il ritorno al tempo dei “grandi scherzi” – cit. Guzzanti/Bertinotti. In verità, la mossa dell’ex presidente del consiglio estimatore postumo di Tony Blair contribuisce a precisare l’offerta politica, nel quadro – da sostenere con energia e forza – di un ritorno ad una legislazione elettorale proporzionale. È una mossa non propriamente gratuita ma generosamente sostenuta da un pezzo di imprenditoria, non ampio come nel triennio clou del renzismo (2013-2016), ma sostanzioso, come dimostra il Sole 24 Ore.

Questa mossa pare far riferimento ad un’illusione diffusa e mai del tutto chiarita: i vari tentativi di Calenda-Richetti, Renzi, +Europa ed Emma Bonino, Casini, Alfano, Lorenzin, Lupi, Quagliariello, Dellai, persino il riposizionamento di Mara Carfagna e di un pezzo di Forza Italia, costituiscono l’illusione di poter recuperare un mitologico elettorato moderato, espressione di una classe media nazionale, ancorato ad una “rivoluzione liberale” mai effettuata nel Paese. Peccato che i pezzi della classe media siano in rimescolamento, rabbioso talvolta, dagli anni della crisi, e che pezzi interi di “rivoluzione liberale” siano state invece effettuate, a furor di popolo, ben prima che il senatore di Rignano potesse accedere alla sindacatura di Firenze. Privatizzazioni, liberalizzazioni, canonizzazioni del mercato, maledizione verso la spesa pubblica: con un tenore certo diverso tra centrosinistra e centrodestra, sono state un pezzo di azioni politiche simili, cui non pochi hanno apportato critiche aspre, anche tra i progressisti. Non è un caso che il Movimento 5 Stelle sia nato da ambienti critici ma interni agli antichi schieramenti di centrosinistra, come non è un caso che tante e tanti militanti di quel Movimento siano stati al nostro fianco in battaglie come i (vittoriosi) referendum per i beni comuni del giugno 2011. Ciò non toglie il protagonismo del renzismo in questa lunga storia, con il Jobs Act come apice, assieme ad una serie di riforme, per un verso, realmente innovative (diritti civili pur parziali, fatturazione elettronica) e, per un altro, fortemente inserite nella logica liberale (Buona Scuola, condoni).

A fronte della recente ed infinita mobilità nel campo delle forze di governo, col rischio tutt’ora esistente che l’operazione giusta della nascita del Conte II resti perimetrata al palazzo e alla gestione del potere, emerge ancora di più il bisogno di un coraggioso salto di qualità per salvaguardare una idea, un contributo efficace dell’alternativa. Di quale senso parlo?

Della presenza delle sinistre in questa maggioranza e in questo governo, che possa contribuire al contrasto alle diseguaglianze, ad un europeismo che non abbia i connotati liberal-entusiastici ma sia efficace nei diritti sociali e nell’agenda ambientale. I positivi e graduali cambiamenti di rotta nell’autonomia regionale differenziata, nella gestione dei flussi migratori, nei diritti civili col ritiro dell’appoggio al Ddl Pillon e nella politica estera sono certamente validi segnali in tal senso, come la proposta di una banca per gli investimenti nel Mezzogiorno – risposta corretta, propositiva e non assistenziale ad uno squilibrio storico nel Paese, studiato con energia e passione dal nuovo ministro per il Sud, Giuseppe Provenzano (https://www.ilpost.it/2019/09/05/peppe-provenzano-ministro-per-il-sud/).

Oggi, perfino la scissione renziana e la crisi conclamata dell’essenza del progetto del Partito Democratico – ossia la pretesa egemonica (“vocazione maggioritaria”) di articolare ogni dialettica politica in un quasi-bipartitismo interno al liberal-liberismo – costituisce un’occasione imperdibile: riprendere parola con forza e riconquistare uno spazio molto più grande della sinistra-sinistra, ossia di quella sfida autonoma e antiliberista che aveva concrete possibilità di espandersi negli anni della crisi e che è stata sconfitta in Italia dal combinato disposto dell’insufficienza delle classi dirigenti e della presenza pubblica del Movimento 5 Stelle. Già in queste ore emergono i peana di chi, incapace di leggere la realtà in agitazione, pensa al ritorno del dualismo DS/Margherita – senza rendersi conto dello sviluppo molto più articolato del cattolicesimo politico e dimenticando le piste aperte al blairismo già nella “socialdemocrazia post-comunista all’italiana”. Peana che fanno il paio con imbarazzanti dichiarazioni, non ultima quella di Andrea Orlando, che provano a rassicurare (chi?) pubblicamente sull’impossibilità che il PD sia il partito dell’articolo 18, della patrimoniale, delle nazionalizzazioni. Non sia mai! 

È a fronte di tale imbarazzo che chi ha coltivato la pista dell’alternativa governante da sinistra, a mio avviso, deve prendere di petto la situazione, per non restare incagliati in una dinamica stantia, vocata alla morte nell’incapacità di rappresentare pezzi sociali. In termini fortemente politicisti, Pierluigi Bersani ed Arturo Scotto hanno già messo le mani avanti, “rasserenando” Renzi sull’inesistenza di un loro “ritorno a Casa” ma domandando a Zingaretti una “rifondazione democratica”. Pur emerso nel nome della sopravvivenza di una Ditta che è stata tra gli artefici dell’attuale contesto e della mancanza di discontinuità e radicalità, il desiderio di un reset generale ha un senso nel nuovo potenziale scenario caratterizzato da una legge proporzionale, se si propone di ri-configurare l’identità della sinistra di governo.

In termini ancora più secchi: cosa si “rifonda” e cosa si “resetta”? Parliamone. Si “rifonda” il partito della patrimoniale e della fiscalità progressiva? Della forte presenza del pubblico negli investimenti strutturali del Paese? Dell’agenda ecologista connessa alla critica della struttura economica della società? Dei diritti civili intesi come pezzi di una moderna cittadinanza, e non come singole conquiste per individui? Della digitalizzazione della vita personale, in cui approfondire i diritti e far emergere le tutele della privacy? Si “resetta” una gestione dei flussi migratori iniziata con la legge Turco/Napolitano e proseguita col minnitismo? Una politica del lavoro tesa alla smaterializzazione dei diritti, dei salari, delle tutele? Una concezione dell’istruzione e della ricerca completamente prona ai desideri del mercato?

Si dirà che, usciti i “lib-dem” di svariato colore, sono sugli scudi quelli che “cantano Bandiera Rossa”. E perché no?  

Ampliare lo spazio di una radicalità progressista: se tale è l’obiettivo della “rifondazione”, si tratta di una sfida autentica, seria, concreta, che ha gambe nel futuro materiale del Paese. 

Una sfida che prende coscienza da una sconfitta, dura e transnazionale, riscontrabile nelle cadute elettorali di Podemos, France Insoumise, Linke, Syriza, ossia di quegli strumenti organizzativi e movimenti che hanno canalizzato l’indignazione degli esclusi a causa delle disuguaglianze negli anni della crisi. Lo scrivo nella consapevolezza di fenomeni di più positivo portato nel dibattito verso le primarie democratiche USA (vedi alle voci Warren/Sanders) e nella palese possibilità che Jeremy Corbyn regga un confronto vittorioso sia con un nuovo estremismo nazional-conservatore (Boris Johnson, Nigel Farage) sia con un blairismo ancora interno al Labour. Lo scrivo, altresì, nella consapevolezza che i corrispettivi italiani di tali operazioni, compresa la forza politica cui sono iscritto, hanno dimostrato a più riprese incapacità contingenti ed insufficienze generali – e chi scrive non è meno di un complice! Non mi riferisco ai soli impietosi risultati elettorali o all’ormai stucchevole frammentazione, ma della totale incapacità di impegnarsi in un processo politico rispondente ad una fase, in modo strutturale e strutturato. A tale vizio profondo, personalmente, reagisco con una frase forse tra le più vili, per alcuni, ma tra le più oneste e desiderose di cambiamento vero: basta soffrire. Basta morire. Basta perder tempo, senza rappresentare niente, per sé e per gli altri. Basta con la ricerca affannosa delle migliori ragioni per nascondersi in una nicchia dagli appuntamenti della storia. Basta con l’incredibile capacità di rilanciare processi vuoti e finto-basisti. 

Massimo rispetto, stima, comprensione ed affetto per chi ci crede, ed un caro saluto a tutte e tutti loro. Dopodiché, io mi fermo qui.

Sfide alte, o a casa.

Cosa sarà viva o morta, come sinistra, nel prossimo tempo? 

Scopriamolo nelle prossime puntate.