Oggi ci lascia Fabio Mussi, una figura che ha attraversato la storia della sinistra italiana con una coerenza rara, una profondità culturale e una passione politica che hanno accompagnato la strada di generazioni di militanti. La sua morte è un ennesimo piccolo-grande vuoto che si apre per chi ha sempre cercato di coniugare il rigore delle idee con l’ascolto delle comunità, dei più deboli, dei più vulnerabili.

Per me, che ho vissuto gli anni della formazione politica a #Pisa, Mussi è stato un punto di riferimento certamente indiretto (non troverete frasi-coccodrillo del tipo “quella volta che mi ha detto quelle due parole, AH come mi hanno segnato..”) ma fondamentale. Pur appartenendo a generazioni distanti, la sua storia — quella di un figlio della classe operaia di #Piombino divenuto intellettuale nelle aule della Normale e nelle strade di Pisa — ha rappresentato un ponte tra la tradizione della sinistra italiana e la necessità di criticare il liberismo egemonico costruendo percorsi collettivi alternativi. La sua capacità di unire una robusta formazione a un lavoro instancabile sul campo è stata una lezione che, come tante e tanti, ho/abbiamo provato a fare nostra, anche senza averlo conosciuto di persona.
Mussi è stato uno dei pochi a opporre una resistenza intellettuale e politica alla deriva liberal-liberista del Partito Democratico fin dalla sua nascita. Nel 2007, a Firenze, aveva compreso che la “vocazione maggioritaria” avrebbe portato a una crisi di identità e a una sconfitta culturale e politica. La sua ironia colta era la sintesi di una lucidità che non si è mai arresa all’onda del conformismo.
Mussi non ha mai tradito sé stesso. Ha rifiutato il PD sin dalla gestazione perché non voleva essere eretico con la propria coscienza, contribuendo ad aprire spazi per una critica ambientale e sociale. La sua pazienza nel mettere a disposizione le proprie energie per i progressisti e le progressiste alternativi al liberismo è stata una lezione di umiltà e di fiducia nella politica come strumento di cambiamento. Ancora oggi, con la destra conservatrice egemone e un liberalismo che sembra senza alternative, la sua assenza ci ricorda che quelle strade — per quanto faticose, talvolta solitarie e piene di rabbia — vanno percorse con originalità e differenza.
La sua morte lascia un invito a raccogliere la sua eredità. Credo che Fabio Mussi ci abbia insegnato che la politica non è solo un gioco di potere, ma un impegno per costruire comunità critiche, capaci di opporsi all’egemonia del liberalismo e alla deriva nazional-conservatrice della destra. Ci dice, credo, che la sua storia — quella di un intellettuale e dirigente politico a tutto tondo, capace di ascoltare le frange più vulnerabili della società — sia un faro per chi, anche oggi, vuole lottare per una politica progressista capace di essere all’altezza delle sfide del presente. Proviamoci.

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