I conteggi si sono conclusi da pochissimi minuti. RUV, la rete televisiva pubblica islandese, sta pubblicando dati e informazioni con un trend abbastanza chiaro. Per maggiori informazioni, potete fare riferimento alla loro pagina in costante aggiornamento.

I numeri finali: 105.399 (47,2%) favorevoli e 118.040 (52,8%) contrari.

Qualche articolo dalla stampa internazionale:

Iceland appears to have rejected EU accession talks in referendum, reports say | Iceland | The Guardian

Iceland’s EU referendum edges closer to ‘no’

Icelanders say no to restarting talks to join the EU – POLITICO

Cosa chiedeva il referendum? Si chiedeva agli elettori se il governo dovesse riaprire i negoziati di adesione all’UE, interrotti nel 2013 dopo che l’Islanda aveva presentato domanda di adesione nel contesto della crisi finanziaria del 2008-2009. I negoziati per l’adesione iniziarono nel 2010, procedendo rapidamente grazie al fatto che l’Islanda è già parte dello Spazio Economico Europeo e dell’area Schengen. Il cambio di maggioranza politica portò alla sospensione dei colloqui (2013) e al successivo ritiro della candidatura (2015), senza che si arrivasse mai a un referendum sull’adesione vera e propria.

Negli ultimi anni il tema è stato rilanciato in ragione del contesto geopolitico: la guerra in Ucraina, le discussioni sulla sicurezza del continente in conseguenza della nuova postura degli Stati Uniti e la crescente integrazione economica dell’Islanda con il mercato europeo. Il governo guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir aveva promesso una consultazione popolare sulla ripresa dei negoziati per disporre di un mandato popolare atto a riaprire il dossier e valutare le condizioni di adesione.

Secondo i risultati riportati dai media islandesi e internazionali, la maggioranza degli elettori ha quindi respinto la proposta di riavviare i colloqui con Bruxelles. Il referendum mostrerebbe che non esiste una maggioranza politica e popolare favorevole alla ripresa dei negoziati con l’Unione.

La campagna elettorale ha rilevato la forza delle questioni più controverse sul campo: la gestione della pesca, strategica per l’economia islandese (e oggetto di conflitti non indifferenti con altri Paesi europei); la sovranità sulle risorse naturali; l’agricoltura e l’impatto delle politiche comuni; l’eventuale prospettiva di un ingresso nell’euro.

Circa la distribuzione del voto, rileviamo una storia nota. Il Sì avrebbe ottenuto i risultati migliori nell’area della capitale Reykjavík e nei comuni più urbanizzati. Il No ha prevalso nella maggior parte delle regioni rurali e costiere dell’isola, maggiormente dipendenti dalla pesca e dai settori economici tradizionali.

Qualche conseguenza si potrebbe rilevare anche per noi, europei continentali, specie a riferimento dell’ubriacatura euro-entusiasta che dimentica troppo facilmente le fragilità dell’integrazione politica euro-unitaria.

2. L’entusiasmo per l’Europa unita non si crea con uno o due episodi della storia, per quanto fortunati e positivi. Come tremendamente non capiscono (o fanno finta di non capire) i turbo-liberali, l’Europa non si fa in provetta o con una direttiva da una capitale (neanche tanto bella) del Benelux. Quelle cose le posso vedere io o chi come me, ma siamo una bollicina in un mare grandissimo di cittadine e cittadini. Creare un movimento per l’integrazione europea significa far vedere sul campo che le storie degli Stati-Nazione in Europa non devono finire necessariamente nello scontro. Tematizzare questo aspetto è indispensabile, nel continente che ha creato i nazionalismi delle masse. Invece, pezzi interi di ceti dirigenti a-storici continuano a immaginare che il passato non esista. Che la storia non esista. Che le nazioni, per quanto siano palesi invenzioni politiche, non costituiscano, per la storia politico-intellettuale e sociale del nostro continente, quello spazio di ripiegamento inevitabile cui si rivolgono con forte automatismo le persone quando si vedono assediate dall’incomprensibile. Questo dovrebbe essere particolarmente significativo per un Paese come l’Islanda, che nel dibattito di alcuni giornali mainstream è stato presentato come “l’allievo perfetto” del quale ottenere l’adesione all’Unione a tempo di record. Anche in questo caso, dovremmo seriamente riflettere su come sia possibile che uno Stato che avrebbe la capacità di chiudere con successo tutti i capitoli negoziali per l’adesione all’Unione si sia rifiutato di farlo, per la seconda volta in meno di un quarto di secolo. A Bruxelles mi hanno insegnato che, quando si analizza una politica o un progetto, bisogna sempre identificare lo “EU added value”: devi sempre chiederti se quella politica o quel progetto porta un di più rispetto allo stato di cose presenti. Perché è così faticoso rendersi conto che anche le collettività compiono questa disamina quando si tratta di una adesione all’Unione o di un potenziamento straordinario del suo ruolo politico, come fu nel caso della sconfitta ai referendum in Francia e Olanda per il Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, all’inizio del nuovo millennio? Da persona che avrebbe supportato quella Costituzione per l’Europa, trovo semplicemente fastidioso e urticante che la leadership euro-unitaria non guardi alla storia della contemporaneità europea nel suo complesso, con tutto il peso delle sue storie nazionali e con tutto il bisogno di intervenire in modo puntuale su queste storie, prima di implementare processi di integrazione. Un esempio pratico e positivo dei decenni passati: non potevi parlare in modo serio di integrazione europea se le due frontiere del Reno, Francia e Germania (Ovest), non si parlavano o non si accordavano. Una pratica messa da parte proprio in questo decennio, in cui è cresciuto, a mio avviso, il bisogno di una dinamica euro-unitaria democratica, inclusiva, popolare e pro-attiva. Una dinamica che la prospettiva a-storica dei liberisti e quella cinicamente più storica dei conservatori nazionalisti vuole evidentemente tenere ai margini e uccidere.

3. Proseguire il percorso di integrazione di nuovi Stati Membri a trattati invariati è qualcosa di totalmente indigeribile e ingestibile. Da federalista europeo di matrice progressista, sono sconvolto dal totale disinteresse verso questo aspetto da parte del ceto dirigente dell’Unione. Ci diciamo da anni che siamo nel contesto di una svolta di carattere mondiale: multipolarismo, difficoltà dello Stato di diritto e della democrazia, influenze pesanti degli autoritarismi, disinteresse degli Stati Uniti verso il continente. Stesse analisi da anni. Tutto giusto, va bene, concordo. E quindi? Quale sarebbe la risposta a tutto questo? Più politiche tendenti a destra (in senso sia conservatore che turbo-liberista, a prescindere che al vertice di un governo nazionale ci sia la socialdemocratica Mette Frederiksen o la sua camerata di penna Giorgia Meloni), stesso identico assetto istituzionale per l’Unione e prospettiva di inclusione di almeno una decina di nuovi Paesi, ciascuno con il suo portato di difficoltà. Come se tutto fosse normale. Come se uno di questi Paesi non fosse in guerra aperta o come se un altro non abbia qualche problemino separatista in casa o come se un altro ancora non abbia qualche difficoltà ad evitare di regalare isole intere a portatori d’interesse diametralmente opposti al processo euro-unitario. In pratica, le cittadine e i cittadini attualmente nell’Unione sono chiamati o ad accettare con gioia e acclamazione i nuovi arrivati, bandiere azzurro-stellate alla mano e lacrime borghesi a rigare i volti, o si faranno bollare come scettici puzzoni, grezzi ignorantoni manovrati da propaganda estera. Sempre lì. Stessa storia.

La vicenda islandese è l’ennesimo campanello d’allarme dell’ultimo decennio. Un decennio iniziato con il referendum sulla Brexit del 2016, che ha ricordato che i processi politico-istituzionali di una organizzazione internazionale come l’Unione non sono necessariamente senza ritorno. E che l’autodeterminazione dei popoli è una cosa estremamente seria e che non si può maneggiare dai salotti lustrati di utopismo a-storico, dicendo che quei cattivoni sono tutti nazisti in erba o grezzoni incapaci di capire il loro stesso interesse. Certo: esistono frange evidenti, gruppi sociali e politici che campano di questa rabbia, da autentici parassiti quali sono. I dimenticati che chiedono protezione rischiano costantemente di elevare agli onori degli altari gentaglia come Nigel Farage. Questa roba ha un nome, si chiama destra e va combattuta su quel campo. Il punto è che il singolo elettore o il pezzo di corpo sociale che chiede protezione e arriva a votare “no” in questi casi non è necessariamente un Farage in erba – a meno che tu non ce lo faccia diventare. Questo è un campo di battaglia aperta e pubblica che richiede a qualsiasi progressista di identificare l’Unione Europea come lo spazio dell’agenda progressiva, della protezione sociale, della co-pianificazione dello sviluppo sostenibile, dei diritti che includono tutte e tutti e che non tolgono niente a nessuna/o.


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